area 106 | simplicity

architect: Cherubino Gambardella

location: Ancona, Italy

year: 2008

Gennaio 2006, squilla il telefono del mio studio, dall’altro capo c’è l’ingegnere Maurizio Urbinati dell’Istituto case popolari di Ancona. Dopo rapidi convenevoli mi dice: ”architetto Gambardella abbiamo tirato su lo scheletro dell’edificio che lei aveva disegnato nel 2000, ma abbiamo dovuto cedere una striscia di terreno ai vicini in cambio di una migliore accessibilità al cantiere e quindi avremmo bisogno del progetto di una nuova testata per il corpo delle terrazze di accesso agli alloggi”.
Stupito, rispondo di sì meccanicamente e quel progetto di sei anni prima, che avevo completamente rimosso, riaffiora tra le pieghe della memoria. Tutto era iniziato nel 1998, quando partecipai alla quinta edizione di Europan, concorso internazionale per giovani architetti centrato sul tema della residenza innovativa. Tra i lotti disponibili scelsi una vasta area della città di Ancona e immaginai un enclave vegetale contornato da case, uffici e negozi. Vinsi il concorso ma, poco tempo dopo, feci una scoperta grottesca.
Il comune di Ancona, dopo aver garantito la disponibilità dell’area, aveva cambiato idea cedendola a un privato per farne un centro commerciale. Avvilito, pensai alla maledizione italiana del solito concorso vinto che restava sulla carta. L’assessore all’urbanistica D’Alessio, invece, si fece venire un’idea brillante e, assieme alla segreteria Europan, stabilì che avremmo realizzato un piccolo intervento in periferia su aree del comune cedute all’Istituto case popolari che, a sua volta, ne avrebbe finanziato il progetto e la realizzazione. Tutto sembrava risolto, quindi, e quando visitai l’area la trovai molto bella, affiancata ad un edificio disegnato da Danilo Guerri e protesa su di una vallata verde con il riflesso dell’Adriatico in lontananza.
L’incarico era molto complesso nonostante richiedesse la realizzazione di solo dodici alloggi. Erano case per extracomunitari, portatori di handicap, etc. insomma una cosa teoricamente molto politically correct. In pratica si trattava di un incarico con un budget irrisorio che nelle attese della committenza doveva produrre una architettura civile dal grande valore urbano e dalla insolita carica paesaggistica. Una cosa molto difficile considerato che avevo a disposizione circa 60.000 euro per ogni casa compreso parcheggi, cantinole, terrazzi, aree verdi comuni. Potevo contare solo su di una progettazione esecutiva senza direzione dei lavori e neanche l’ombra di una direzione artistica. Gli alloggi oscillavano – per dimensione – tra i 65 e i 95 metri quadri. Il terreno era in forte pendenza. Scelgo, allora, di fare due cose molto nette. Costruisco un edificio unico su due livelli concentrandomi su di un volume elementare. Le case hanno stanze da letto verso monte e la zona giorno verso il panorama. La facciata panoramica si incide esaltando la pianta e l’alzato libero in un continuo gioco di aggetti e rientranze che definisce un andamento diverso e indipendente per ogni piano annientando l’effetto prospettico della ripetizione. Viene fuori un fronte corrugato dalle ombre.
In alto, invece, immagino un edificio vuoto, un telaio di calcestruzzo da attraversare. La lunga pensilina sul fronte stradale copre i posti auto dedicati agli abitanti e configura una strada pedonale con spazi aperti e coperti a carattere collettivo, un insieme di terrazze da cui scorgere parti del paesaggio. Le due architetture indipendenti, il pieno e il vuoto, si uniscono attraverso un leggero sistema di ponti e pensiline metalliche che conducono alle singole case distinguendo l’ambiente domestico da quello della socialità condominiale. Il progetto di questo spazio verso monte è volutamente lineare in opposizione al movimento del fronte a valle. L’apparente semplicità è comunque aggettivata da lunghi corridoi d’ombre e riflessi. Tutto è disegnato con elementi banali: la ringhiera a tondini verticali, i pilotis cilindrici, gli infissi in alluminio preverniciato il cui disegno è pensato per avere sempre una sola specchiatura. Le persiane sono avvolgibili in pvc avorio. L’edificio è bianco, i pilotis grigi, le ringhiere bianche le pavimentazioni esterne in travertino e terra armata. Tutto doveva essere semplice da eseguire, quasi inequivocabile. Gli interni hanno porte in laminato azzurro, pavimenti in ardesia e le colonne dei soggiorni sono colorate in tinte vivaci in modo da legare gli assegnatari al colore della propria casa. Il progetto fu consegnato nell’estate del 2000 ma lo spostamento di due tralicci dell’alta tensione che stavano nelle vicinanze dell’area si è rivelato ben più difficile del previsto sino rendere plausibile l’ipotesi di un abbandono del programma costruttivo. Avevo perso ogni speranza sino a quella telefonata di due anni fa, poi questa mia architettura che ormai posso definire giovanile ha finalmente abbandonato l’inconscio per imbattersi nella solidità architettonica del suo volto.

Cherubino Gambardella was born in Naples in 1962. Full professor of Architectonic Composition is director of  Restoration and Environment Costruction Department of Second University of Naples.
He was interested of architecture theory writing a lot of books; he has treated different publications and four monographies was printed about his work of  designer including kinds of: Electa, Skira, Idea Books, Clean. He held exhibitions and conferences in museums and European, American and Asian Universities including the presences at Biennale of Venice and Triennale of Milan. Over Area architecture magazines that published his works are A+U, Abitare, Domus, Detail, A10, World Architecture, Arquitectura Viva, Oris, Ottagono, Abitare la Terra, D’Architettura, etc. He realized different projects in historical centre and in landscape honor place but in most difficult and degraded Italian periphery.

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