area 119 | gaetano pesce

“Quando si parla di interni, recarsi in un luogo che ci è familiare non porta a niente poiché tutto è già noto, non vi è nulla in grado di stimolare la nostra mente per permetterci di comprendere qualcosa di diverso”, ecco cosa sostiene Gaetano Pesce, architetto e designer italiano. “Il nuovo ci stimola a pensare, ecco perché l’innovazione è così importante. Ciò che conta non è solo il progresso in campo tecnologico ed economico, altrettanto importante è il progresso in ambito creativo poiché porta al progresso dell’essere umano stesso. La ritengo una cosa di vitale importanza poiché quando si entra in uno spazio che non ci stimola, non succede nulla”. Fin dagli esordi, negli anni Sessanta, la carriera di Pesce è stata inusuale, ingegnosa, continuamente in evoluzione. Tra i progetti recenti, si ricordano le calzature personalizzabili create per l’azienda brasiliana Melissa, diversi mobili e oggetti di design, oltre ad una straordinaria installazione intitolata “L’Italia in Croce” presentata, lo scorso aprile, alla Triennale di Milano in occasione del Salone del mobile. Con le sue opere ha esplorato i settori più disparati: si passa da manifesti a disegni, da sedute a mobili fino a progetti architettonici. Eppure poche sono state le occasioni che hanno visto Pesce impegnato nella progettazione totale di interni – di Gesamtkunstwerke (opera d‘arte totale n.d.t.), per usare un termine tedesco. Tra i progetti più importanti di questo tipo, benché non più esistente, si ricorda la ristrutturazione dell’appartamento per il grande collezionista e amante dell’arte e del design Marc-André Hubin, terminato nel 1986. Inserito in un edificio art déco degli anni trenta sulla Avenue Foch, a Parigi, vicino all’Arco di Trionfo, questo appartamento dalla bellezza insolita rappresenta, forse meglio di ogni altro progetto, l’obiettivo artistico di Pesce: utilizzare l’innovazione per stimolare l’attenzione nei confronti della narrativa umana e della comune imperfezione.
Se si analizzano alcuni aspetti specifici dell’appartamento Hubin e si affiancano alle parole dello stesso Pesce sull’argomento, si capisce come un appartamento tradizionale sia stato trasformato mettendo in scena una serie di racconti mitologici. “Non faccio progetti per professione, lo faccio solo se ho qualcosa da dire” sostiene Pesce, “Hubin mi ha dato l’opportunità di fare una sorta di suo ritratto, perché era un collezionista, molto curioso, molto aperto. Ho quindi potuto creare un’abitazione in un modo nuovo. Ogni porta ha una funzione diversa, perciò ogni porta è differente. Si consideri il laboratorio, l’appartamento era quello di un fotografo, quindi si trattava di una camera oscura; ebbene la porta di tale stanza rappresentava una mano, ad indicare che il lavoro è qualcosa di manuale. Il proprietario tuttavia era anche un sognatore, ecco quindi che l’uccello (disegnato intorno alla porta) rappresentava la libertà”.
L’obiettivo strutturale di Pesce era quello di riorganizzare lo spazio in modo semplice, dando omogeneità all’appartamento sia in senso verticale che orizzontale tramite una scomposizione dello spazio stesso. Il fine artistico del designer tuttavia si spingeva oltre. Più installazione che design d’interni, il progetto era una mise-en-scène teatrale, con trama e carattere. Pesce aveva creato una tensione momentanea fatta di equilibrio, forma, colore e funzione; i colori impiegati, rosso, giallo, blu e verde, erano forti e tra loro contrastanti, le gambe dei tavoli inclinate verso l’interno, con angolazioni diverse. Le maniglie delle porte avevano forme insolite ed erano posizionate ad altezze differenti.  La balaustra del mezzanino era composta da puntelli storti, ognuno dei quali era sormontato da una sfera illuminata di colore differente. A decorare l’ambiente, immagini figurative. Una parte di parete era stata “sbeccata”, si erano inserite delle luci in una finta crepa sul soffitto.
Gli interventi effettuati suscitavano un conflitto interiore che, a sua volta, avrebbe stimolato l’insorgere di domande. Per Pesce era proprio questo lo scopo finale; senza provocazione non vi sarebbe alcuna reazione, quindi nessun cambiamento. “Una grande porta finestra consentiva l’accesso alla terrazza con vista sull’Arco di Trionfo, sul quale solitamente sventolava al centro e con grazia una gigantesca bandiera francese.” ricorda Pesce, “Ecco che allora decisi di utilizzare una tenda a doppia altezza con gli stessi colori della bandiera; in tal modo, quando la finestra rimaneva aperta durante estate, la tenda poteva sventolare verso l’esterno e, dalla strada, l’effetto sarebbe stato lo stesso dell’Arco di Trionfo”. Le tende della finestra riprendevano il movimento della bandiera, creando un legame con il monumento e con la storia che questo rappresenta. Il tessuto impiegato metteva in relazione pubblico e privato; la natura oggettiva della storia e quella soggettiva della vita; o, come forse preferirebbe dire Pesce, la natura soggettiva della storia e quella oggettiva della vita. Salendo le scale dalla stanza principale, la riproduzione in marmo scuro dello skyline di Parigi, posta alla base della parete, metteva ancora una volta a confronto la storia della città con lo spazio privato. Tali incontri di tipo estetico si spingevano oltre al piano superiore. La parete della stanza per gli ospiti si apriva e chiudeva sulla sala principale con una porta stile garage, che permetteva quindi di integrare lo spazio privato con quello pubblico, o viceversa di isolarli. I mobili della camera da letto erano in piombo e strizzavano l’occhio ai tetti di Parigi. “Cerco di dare ai miei oggetti una forma che crei un legame con il luogo in cui questi vengono realizzati” dice Pesce; “cerco di creare oggetti che suscitino gioia, che siano sensuali. Ne abbiamo bisogno”. Pesce utilizza il colore in modo quasi espressionista, ma a caratterizzare i suoi interni sono anche gli elementi surreali. Si prenda ad esempio il letto nella camera padronale che assume le sembianze di un pacco, legato con lo spago. “Pensiamo al letto” dice il designer, “se tu vai a letto con qualcuno non sai cosa succederà. Ecco cosa rappresenta quel letto”. Pesce aveva infatti corredato il tutto con un sistema di pulegge che permettevano al “pacco” di aprirsi e svelare il materasso all’interno.
Tuttavia, creare spazi costellati di quelli che lui chiama “incidenti simbolici”, è solo una parte del metodo Pesce. Ad un secondo livello è infatti altrettanto importante il “processo” e il linguaggio estetico idiosincratico dell’artista. “Credo che perseguire la perfezione non sia l’obiettivo da porsi”, spiega, “nella realtà è bene mostrarci come esseri umani che possono fare degli errori. Nessuno si aspetta da noi qualcosa che non ci rappresenta; io non so fare un cerchio perfetto, quindi faccio qualcosa che non è un cerchio, ma va bene lo stesso perché mi rappresenta. È un modo per parlare di individualità, della persona che è in contrasto con la macchina”.
Per Pesce non vi è ripetizione. Comincia infatti negli anni sessanta a sviluppare l’idea di serie diversificata, per poter produrre oggetti caratterizzati dalla loro unicità piuttosto che dalla conformità. Ecco quindi che l’artista introduce l’elemento del “caso” nel processo produttivo, un elemento che consente gli “errori” sia di forma che di superficie e che permette di valutare i risultati di un metodo di produzione non pienamente controllato.
Nel caso specifico, se si prende una produzione di dieci vasi in serie, ognuno degli esemplari sarà diverso dagli altri. Nell’appartamento Hubin, Pesce usa il concetto di diversificazione in altro modo; crea momenti teatrali, l’esperienza dello spazio è interrotta dagli incontri casuali che lui ha messo in scena; utilizza una narrazione forte e soggettiva, crea uno spazio che non può essere riprodotto altrove, per un’altra persona. Lo spazio era unico e apparteneva all’Avenue Foch e a Marc-André Hubin, Pesce ha cercato di sfruttare e di dare risalto alle sue imperfezioni e a quelle del cliente, comprendendo che nessuno è perfetto, che ognuno ha le proprie conoscenze e una capacità di comprensione delle cose che dipende dai tratti della propria personalità e dalla propria storia.
Per Hubin, Pesce realizza uno spazio che riflette in toto il carattere del committente. Agli occhi di qualcuno il risultato può essere sembrato tremendo, per altri confortante, ma per tutti è stata una provocazione.

This text by Brent Lewis was published on Modern Magazine, Summer 2011

Brent Lewis is New York City-based art and design specialist and head of design auctions at artnet Auctions.  He also is the director of artnet’s DesignTV, a dynamic series of video interviews with important design-world figures. Prior to joining artnet, he was the Gallery Director of Moss Gallery in New York, and an independent art and design dealer with extensive auction house experience.  He has spent over a decade in the auction business, working with both East and West Coast firms.  In addition, he owns an independent art and design advisory business, working with private clients and institutions. He often speaks and writes on the subject of art and design and has appeared in such publications as The New York Times, The Los Angeles Times, The New York Observer, Creative Review and the Maine Antiques Digest among others. He has recently published articles on Robert Wilson, Gaetano Pesce, Thomas Stearns, Kiki and Joost and Michele De Lucchi. He is an appraiser on The Antiques Roadshow, holds a degree in Theatre Arts and lives in New York with his wife Jacqueline and son Elliot.

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