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“La Tendenza, architectures italiennes 1965-1985“, la mostra inaugurata il 19 giugno scorso al Centre Pompidou di Parigi, proponendo i materiali di un periodo intenso e vicino della cultura architettonica italiana del Novecento, introduce, e lascia aperte, alcune questioni.
Intanto, come dichiara con chiarezza il curatore Frédéric Migayrou nel corso della presentazione alla stampa, l‘intero evento parte da un‘ipotesi di lavoro: raccontare al pubblico quanto promesso nel titolo esponendo le sole opere conservate nella Collection Centre Pompidou, Musée national d‘art moderne - Centre de création industrielle. Così si spiega la prima questione, ovvero come il numero dei lavori esposti per ogni autore suggerisca la diretta proporzionalità proprio con l‘entità delle acquisizioni che l‘istituzione parigina ha praticato in questi anni. In altre parole, la scelta dei progetti in mostra sembra dare conto dell‘entità del patrimonio del Centre Pompidou in relazione al tema trattato (oltre 250 disegni e numerosi modelli, fotografie, dipinti, film e altri documenti), e non necessariamente della quantità o della portata della produzione dei singoli autori in mostra. In questa chiave si possono intendere alcune assenze, cioè nella scelta di attribuire un senso alla collezione come strumento autonomo di ricerca.
Così, a chi vorrà obiettare che al pubblico parigino meno esperto la ridotta presenza, o la completa assenza, del lavoro di alcuni tra gli autori italiani più rilevanti del periodo storico trattato (1965-1985) possa generare qualche confusione, si opporrà il carattere progressivo dell‘operazione culturale che Migayrou ha voluto tentare, che vale a suggerire una inclusività implicita, data dallo stesso quadro storico di indagine. Appare comprensibile, in questo spirito, poter ricostruire negli accostamenti proposti dall‘allestimento un impianto analogico giocato sugli esiti più che sui presupposti, ed è lodevole la spinta all‘ampliamento della raccolta operata con le continue acquisizioni, che anche da questo evento trarranno impulso.
Una seconda questione verte sul titolo stesso della mostra. Il termine Tendenza richiama lo sguardo su un preciso periodo storico, del quale ha accompagnato la fortuna e, al tempo stesso, ha prodotto la storicizzazione. In esso, l‘architettura che si pone come segno concreto della trasformazione della città, come fatto inteso oltre la propria stessa capacità di consumo, trova il proprio destino nel suo auto-definirsi, diventando prodotto, e, così, oggetto di interesse collettivo, anche oltre il confine nazionale, in un fenomeno di esportazione culturale che non avrà riscontro negli anni a seguire. Al nostro domandare se fosse opportuno includere l‘intero numero degli autori esposti nel quadro storico della Tendenza, un amico italiano di nascita e di formazione, ma da vent‘anni parigino risponde che, secondo lui, si tratterebbe di una sorta di sineddoche praticata per guadagnare l‘attenzione del pubblico francese, che ha ben nota la Tendenza, ma che faticherebbe – almeno prima di avere visitato la mostra – a registrare altre sfumature tutte nostrane. Del resto, sulla natura del nome molto si è detto (e si dice), e sulla sua capacità evocativa in grado di legare nell‘arco di un decennio le affermazioni di Ernesto N. Rogers quelle di Aldo Rossi. I sette ambienti che propongono il semplice e sostanzialmente libero percorso espositivo all‘interno del secondo livello dell‘edifico del Beaubourg suggeriscono una tematizzazione che vuole offrire gli strumenti generali per la comprensione, senza, per questo, escludere la possibilità di letture autonome non meno opportune. Nell‘ambiente di ingresso compare una grande immagine in bianco e nero, la foto di gruppo dei giovani partecipanti alla XV Triennale di Milano del ‘73, che fissa nel tempo le vicende raccontate. La ritualità voluta dallo scatto fotografico e la posizione centrale della figura di Aldo Rossi ricordano immagini simili, come quella di appena qualche anno successiva, scattata a Santiago de Compostela nel ‘76 dove l‘esperienza italiana verrà chiamata a fare scuola. Al centro dello spazio alcune maquette di opere rossiane propongono il ragionamento sulla forma e sulla memoria. Così fa il Teatro del Mondo, collocato in una teca al termine di un percorso espositivo dove uscita ed entrata coincidono, per il quale il proprio breve tempo di esistenza (1979-80) ha procurato un‘impronta nella memoria collettiva capace ancora oggi di produrre una sorta di ossessiva necessità ricostruttiva. I presupposti storici vengono raccolti nella sala 2, Les formes de l‘histoire: Mario Ridolfi6, Carlo Aymonino, Ernesto N. Rogers rappresentati con materiale eclettico. A seguire, la piccola stanza chiamata L‘architecture en débat - che risulta una sorta di messa in scena della biblioteca dell‘architetto colto e informato fotografata sul finire degli anni ‘70, ma anche il piccolo paradiso dell‘odierno bibliofilo di settore - introduce alla più ampia sala che tratta di Typologie-Morphologie (la sala 4).
E poi ancora la traccia si svolge ri-attraversando lo spazio centrale dedicato alla figura di Rossi, verso le ampie sale 6 (L‘architecture effective) e 7 (Une dynamique internationale: une architecture exposée), separate da una struttura che è supporto ai grandi dipinti a olio di Arduino Cantafora (L‘altra Berlino I e II), prodotti nel 1984 e restaurati per l‘occasione dallo stesso autore.
Il catalogo, edito dallo stesso Centre Pompidou, è una buona prova di intelligenza editoriale: relativamente economico (29,90 euro), coerentemente illustrato, leggero per le sue dimensioni (237 per 280 centimetri), dotato di alcune schede (definite dossier), in tutto otto, che mettono a fuoco le esperienze principali del periodo, dalla costruzione della Torre Velasca di Milano alla Strada Novissima voluta da Paolo Portoghesi per la Biennale di Venezia del 1980.
Il saggio introduttivo di Migayrou (che, anche secondo Vittorio Gregotti, vale la pena leggere8) prelude due testi, rispettivamente di Silvia Micheli e Mario Viganò, derivati da una ricerca sull‘architettura italiana negli anni ‘60 e ‘709. L‘apparato iconografico, chiaro e completo, distoglie da qualche imprecisione presente nelle didascalie e nella sezione delle monografie. Il percorso espositivo, avverte il curatore, permette di riscostruire, comprendendolo in uno sguardo d‘insieme, il lavoro di protagonisti della scena italiana: Mario Ridolfi, Alessandro Anselmi, Carlo Aymonino, Paolo Portoghesi, Ernesto N. Rogers, Aldo Rossi, Massimo Scolari, Salvatore Bisogni, Gianni Braghieri, Arduino Cantafora, G.R.A.U (Gruppo Romano Architetti e Urbanisti), Edoardo Guazzoni, Antonio Monestiroli, Dario Passi, Franz Prati, Franco Purini, Uberto Siola, Franco Stella, Daniele Vitale, Giangiacomo D‘Ardia e altri.
Nella mostra la composizione fisica delle opere nello spazio non è gravata da ingombri allestitivi, il Beaubourg offre al pubblico parte di ciò che nei suoi archivi sotterranei raccoglie e conserva, di ciò che con metodo cataloga nelle pagine del proprio sito (collection.centrepompidou.fr), con l‘effetto di risvegliare la necessità, da più voci espressa, di aprire una riflessione generale non solo sul significato storico del periodo, ma anche sui contenuti di quel dibattito, sulla loro presenza e attualità, sulla ricomposizione di una traccia estremamente evidente tanto nella continuità della posizione culturale dei protagonisti, quanto nell‘azione di generazioni successive, in una elaborazione che non si è interrotta alla fine degli anni ‘80, ma che ha condizionato in modo naturale, si direbbe inevitabile, le posizioni dell‘architettura europea nel transito dal vecchio al nuovo millennio. Al di là dei personali sentimenti d‘identità, l‘accesso diretto ai documenti, quelli custoditi a Parigi come quelli conservati negli archivi italiani10, può essere oggi per buona parte degli architetti motivo di comprensione del proprio stesso fare e origine della semplice e opportuna domanda “perché penso ciò che penso?”, ricordando, nel trovare risposta, che il lavoro dell‘architettura non prevede scorciatoie, né maestri (o nemici) di comodo.
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Valter Scelsi, architetto e ricercatore, insegna progettazione presso l‘Università di Genova. Autore di saggi e volumi monografici, è curatore della collana Testi di Architettura (Sagep). Dal 2003 al 2007 è parte del collettivo Magazzino Sanguineti e nel 2003 è socio fondatore di AMS (Architecture, Modernity, Sciences). La sua attività progettuale è legata a Sp10studio, che fonda a Genova nel 2002. La voce Sp10studio è presente nel Dizionario Biografico Illustrato della X Biennale di Architettura di Venezia. Attualmente Valter Scelsi partecipa alla XIII Biennale di Architettura di Venezia come parte del progetto Collaborations del gruppo San Rocco.

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