area 115 | concrete

architect: Lorenzo Castro

location: Bogotá, Colombia

year: 2008

Il progetto prevedeva la costruzione di una piccola comunità di 13 case, in grado di preservare, proteggere, integrare e valorizzare il patrimonio ambientale delle colline intorno a Bogotá.
La zona vede la presenza della vegetazione tipica dell‘alta foresta andina con specie autoctone e la presenza di frutti e fiori che attirano gli uccelli, da cui quindi la decisione di progettare un intervento in grado di sviluppare una maggiore biodiversità nonché il trattamento del paesaggio in modo totalmente anticonvenzionale. Per raggiungere tale obiettivo è stato necessario rinunciare agli spazi auto sottostanti le abitazioni per far posto a strade pedonali che permetessero una condivisione degli abitanti con la foresta circostante. Questi percorsi, e tutta la struttura in generale, intende tutelare il buio della notte come un dono, che si illumina soltanto al passaggio dei passanti. Nessun limite delimita le proprietà, al contrario, le abitazioni risultano attraversate dalla natura, grazie alle grandi vetrate trasparenti che caratterizzano il piano di ingresso e quello superiore, che ospita il living e la cucina, che consentono l‘ingresso di luce e sole. Questi piani trasparenti permettono un contatto diretto con la natura esterna mentre la privacy è assicurata negli spazi dei livelli superiori.

A conversation with Lorenzo Castro
by Giovanni Fumagalli

La zona nord di Bogotà fino a pochi anni fa era una rigogliosa savana. Dagli anni ’70 l’espansione, che ha portato la città a contare più di 8 milioni di abitanti, è avanzata incontenibile. Da questa parte della metropoli, tra i barrios popolari di Rincòn, Gaitana e Tibabuyes, oggi solo le colline di Suba sono rimaste un’oasi verde. E’ un luogo prezioso, protetto da norme urbanistiche restrittive che limitano molto le possibilità edificatorie. Sulle pendici di queste alture affacciate sulla metropoli, Lorenzo Castro ha realizzato un insediamento residenziale: 13 case a schiera, distribuite in 4 blocchi paralleli, leggermente sfalsati. E’ un nucleo di dimensioni contenute ma che si distingue per la forza della costruzione, per l’interpretazione del rapporto con il luogo e per un’idea di abitare che ha elementi di originalità. Lorenzo Castro è uno dei più attivi esponenti di una generazione di architetti che, incrociando un momento di positiva stabilità della politica nazionale e di eccezionale buon governo delle città, è riuscita a dare un contributo forte e incisivo alle traformazioni in atto nelle città colombiane. Abbiamo scambiato con lui qualche pensiero su questo progetto.
Giovanni Fumagalli: Nell’insedamento di Niquia, il rapporto con la natura è forte e non banale. Le automobili sono tenute separate – non si può arrivare in macchina davanti alla porta di casa – e la vegetazione autocnona del bosco andino è lasciata incontaminata. Allo stesso tempo, non c’è alcun tentativo di nascondere la costruzione, che sembra voler essere decisamente minerale e artificiale.
Lorenzo Castro: Tendiamo a pensare che la natura sia solo vegetale, verde. Ma le rocce sono altrettanto naturali. L’architettura di Niquia parte da una evidente razionalità. I setti di cemento costruiscono una edificazione solida che, per la sua trasparenza, viene attraversata dal luogo, dalla geografia vorrei dire, e il bosco andino entra nelle case. Come sulle rocce, il tempo segnerà con le sue tracce – licheni, umidità, muschi – i muri di cemento bianco, fino a farli essere parte della natura, a farli diventare paesaggio. La natura in se stessa non è paesaggio. L’architettura determina la costruzione di un nuovo luogo, di un nuovo paesaggio.
G.F.: Avvicinandosi alle case si può avvertire l’influenza di certe architetture giapponesi. Dentro agli alloggi, si rimane colpiti dalle grandi trasparenze, dalla forte proiezione verso l’esterno, la stessa delle ville californiane degli anni ’50. Quali case avevi in mente quando hai progettato l’insediamento di Niquia? in che modo pensi che sia specificamente sudamericano, colombiano?
L.C.: Credo che il tema dell’identità colombiana e latinoamericana ci abbia fatto perdere un mucchio di tempo. L’identità appare senza cercarla. In genere, quando la si cerca si traduce in qualcosa di artificiale o nell’imitazione di qualcosa che pensiamo essere identitario. Può essere l’imitazione delle forme di un maestro come Rogelio Salmona o Fernando Martinez Sanabria – che hanno una loro propria identità – oppure la simulazione di elementi di un’architettura regionale tradizionale. Credo che l’architettura trovi la propria identità quando incontra la risonanza di un luogo, che viene trasformato nella costruzione di un nuovo paesaggio. Il cemento dei muri delle case di Niquia è segnato dal legno, utilizzato in assicelle di 5 cm che generano una tessitura che a certe ore del giorno risalta come la trama di una tela. Il colore del cemento riceve e riflette la luce della savana di Bogotà. La vegetazione che attraversa le case le lega alla terra. Ognuno di questi elementi fa sì che questa architettura sia bogotana, colombiana e latino americana. Certo, si può riconoscere qualcosa di alcune case giapponesi o di quelle di Neutra, ma si può pensare anche al rapporto tra le rovine e la selva a Tikal, in Guatemala. O alla relazione con la montagna delle case e dei negozi di Machupichu.
G.F.: Il forte rapporto con il contesto naturale è esaltato dall’essenzialità della costruzione, dall’uso quasi esclusivo di tre materiali: cemento, legno, vetro. Il cemento armato, in particolare, è usato con grande sicurezza: sottili lastre con doppia faccia a vista, all’interno e all’esterno.
L.C.: In Colombia, negli anni ’50 del secolo scorso, si sono realizzati molti edifici moderni in cemento armato, di impeccabile fattura anche grazie alla eccellente qualità della mano d’opera disponibile. In seguito, il cemento è stato progressivamente sostituito dal laterizio a vista, materiale con cui sono stati realizzati gli edifici più rappresentativi dagli anni ’60 fino alla fine dei ’90. Così si è persa gran parte della capacità di lavorare il cemento. All’inizio di questo secolo Daniel Bermudez e Rogelio Salmona, utilizzando inerti e leganti bianchi, hanno intrapreso una nuova ricerca sul cemento armato per realizzare edifici pubblici e istituzionali. Niquia riprende quella ricerca in un’applicazione inusuale, credo unica per un insediamento residenziale di queste dimensioni. D’altra parte, essendo una zona ad alto rischio sismico, sulla cordigliera andina si costruiscono strutture piuttosto pesanti. A Niquia volevo realizzare muri portanti molto snelli; con l’ingegnere strutturale Oscar Ordonez, siamo riusciti a farli di 15 cm di spessore, invece dei consueti 25. Abbiamo costruito tre serie di casseforme di legno che sono state riutilizate più volte, con aggiustamenti realizzati a mano dai carpentieri.
G.F.: Dentro e fuori gli alloggi, c’è un’idea di comunità che sembra voler proporre un modo di abitare. Fuori non ci sono recinzioni che delimitano giardini privati; dentro c’è un grande ambiente, aperto, trasparente, a doppia altezza, che prevale sugli spazi privati degli abitanti.
L.C.: In Colombia la dimensione privata rende difficile realizzare comunità. Ogni famiglia all’interno della propria casa tenta di costruire il proprio paradiso. Niquia prova a costruire un paradiso più collettivo, di cui ciascun abitante sia partecipe. Se avessimo scelto uno schema con i parcheggi di fronte a ogni casa, lo spazio dei giardini sarebbe stato annullato. Se avessimo optato per giardini privati, tutto lo spazio sarebbe stato frammentato, compromettendo la sensazione di ampiezza e trasparenza. In genere, noi colombiani siamo curiosi dei fatti degli altri, però non ci piace che qualcuno guardi quello che facciamo. A Niquia, per la trasparenza dell’architettura, abbiamo voluto realizzare uno spazio insolito: condiviso e di rispetto reciproco.
G.F.: Nella tua attività, il progetto di un luogo privilegiato come l’insediamento di Niquia è quasi un’eccezione. Tra gli architetti colombiani della tua generazione, probabilmente tu sei quello che più si è occupato dello spazio pubblico. L’ufficio del Comune di Bogotà, che tu hai diretto, ha realizzato centiania di sistemazioni urbane, con la convinzione che il buon disegno di luoghi frequentati da migliaia di persone contribuisca a ridurre le differenze sociali che sono così forti nelle metropoli sudamericane. C’è qualcosa in queste case che possa essere trasferito in progetti di residenze comuni?
L.C.: La mia esperienza di lavoro sullo spazio urbano, a Bogotà e in altre città colombiane, mi ha insegnato a prestare grande attenzione al disegno del suolo, a quella che chiamo la pelle della città. Questa inclinazione mi ha dato maggiore consapevolezza del rapporto dell’edificio con la terra, dei muri con il suolo. Credo che questo a Niquia si rifletta nel trattamento dei livelli, nell’inserimento dei volumi e dei percorsi nella topografia. È evidente che qui ci sono condizioni eccezionali che fanno di questo un luogo unico. Eppure, se lo pensiamo come modello per altre residenze, credo che Niquia permetta di riflettere su quali rinunce convenga fare per una migliore qualità della vita. Se ognuno di noi rinuncia a chiudersi entro recinti, si può costruire uno spazio collettivo con un controllo sociale che lo rende più sicuro di un giardino privato e di qualità molto maggiore. Se si rinuncia a portarsi l’automobile davanti a casa, una strada può essere meno convenzionale. Una strada di Bogotà, che oggi ha una corsia carrabile larga 9 metri, due marciapiedi di 2 metri e nessuno spazio per alberi, può diventare in tutta la sua larghezza un percorso di giardini e sentieri.

 

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