Hidden Forces è un progetto di ricerca dedicato alle dimensioni meno visibili che contribuiscono a determinare l’architettura. Attraverso una mostra e un programma pubblico di talks, il progetto trasforma il Padiglione Esprit Nouveau di Bologna in uno spazio di indagine sui processi, le condizioni e le relazioni che danno forma all’architettura. 

Ogni progetto è infatti il risultato di un complesso sistema di forze che ne orienta le scelte, ne definisce i limiti e ne determina le possibilità. Al di là della forma costruita, dinamiche economiche, politiche, ambientali, normative, culturali e sociali contribuiscono a definire ciò che può essere progettato e costruito. Ideato e curato da Atelier Atollo e Politi Perugini, Hidden Forces porta queste condizioni in primo piano, proponendo una riflessione sul modo in cui l’architettura prende forma all’interno delle grandi trasformazioni del nostro tempo. 

La mostra unisce la serie Relics di Federico Perugini e quattro colonne d’autore, che fanno da ponte fra le opere e i temi della mostra. Le Relics si ispirano a un disegno inedito di Le Corbusier nel quale l’architetto rappresenta in scala reale la sezione non visibile dei pilastri di una sua villa. Le opere fanno propria questa intuizione ma rifiutano la materia pittorica a favore di quella propria della costruzione, il cemento e l’acciaio. Non rappresentano dunque, ma presentano una sezione infinitesimale della struttura di sei edifici emblematici di Le Corbusier, Mies van der Rohe, Letrosne, Shinohara, Nishizawa e Koolhaas, che tracciano una storia del telaio in cemento armato in architettura. Questi edifici sono sono tutti costruiti ed esistenti, le Relics dunque oltre a mostrarne l’area nascosta all’interno dei pilastri, ne riproducono le tensioni invisibili che in questo stesso momento attraversano il telaio. 

Organizzate in coppie, le opere agiscono come pilastri concettuali che mettono in relazione autori, tempi e geografie differenti per far emergere affinità, contrasti e questioni, sintetizzate nei quattro temi della mostra: Tools, Relationships, Regulations e Intentions
Ogni tema è reso tangibile da una colonna d’autore, concepita come dispositivo spaziale e interpretativo. Al di là della funzione strutturale, le colonne mostrano la loro capacità di produrre architettura. Una colonna rappresentata (Archizoom Associati), una colonna-commissione (Duccio Maria Gambi), una colonna di cantiere (architecten jan de vylder inge vinck A JDVIV / A DVVT) e una colonna come punto di vista sulla realtà (lo stesso Le Corbusier). Esse estraggono e amplificano i temi contenuti nelle opere, mettendoli in relazione con le più ampie condizioni economiche, politiche, ambientali, sociali e culturali che oggi influenzano la pratica architettonica, ricostruendo così una mappa di forze e tensioni normalmente impercettibili. 

Le questioni e le prospettive che emergono dal percorso espositivo diventano la base per una serie di talk e conversazioni che si svolgeranno durante il SAIE e il CERSAIE 2026. Architetti, ricercatori, progettisti e curatori saranno invitati a confrontarsi su come queste forze continuino a ridefinire il ruolo dell’architettura, i suoi metodi e le sue condizioni di produzione. 
"Il progetto Hidden Forces si svolge nell’ambito di Esprit Nouveau Bologna 2025-2027, programma promosso dal Comune di Bologna per celebrare il Padiglione Esprit Nouveau a 100 anni dal progetto originale di Le Corbusier. Hidden Forces fa parte di Bologna Estate 2026, il cartellone di attività promosso e coordinato dal Comune di Bologna e dalla Città metropolitana di Bologna - Territorio Turistico Bologna-Modena". 

TALK 01 TOOLS/ Architecture and Representation: Images as a tool, images as an act 
Guests: Nuno Melo Sousa (PT) + Cristoph Hilger (DE) 
Date: 23 Settembre 
Ore: 18.00 
Location: Padiglione Esprit Nouveau 

La rappresentazione architettonica non costituisce mai un atto neutrale: è un campo operativo attraverso cui l’architettura viene costruita, interpretata e resa possibile. Ogni trasformazione degli strumenti di rappresentazione ha infatti prodotto una ridefinizione non soltanto dei modi attraverso cui il progetto viene comunicato, ma delle stesse forme attraverso cui viene pensato, verificato e compreso. L’immagine non si limita dunque a restituire una realtà architettonica già data. È un dispositivo di mediazione e di costruzione dello sguardo: seleziona, ordina e interpreta, rendendo alcune possibilità visibili e altre marginali, configurandosi al tempo stesso come strumento di ricerca, forma di conoscenza e dispositivo progettuale. Rappresentare non significa soltanto mostrare un’architettura, ma contribuire a determinarne le condizioni di esistenza. 

A partire da questa prospettiva, il dialogo mette a confronto due pratiche differenti ma complementari, accomunate dalla centralità attribuita all’immagine come strumento di costruzione del pensiero. Gli schizzi colorati di Nuno Melo Sousa restituiscono il disegno come uno spazio di esplorazione, nel quale rappresentazione e progetto non costituiscono momenti distinti, ma coincidono in un processo continuo di elaborazione e verifica. Il disegno diventa così una forma di pensiero capace di produrre architettura ancora prima che questa assuma una forma definita. Parallelamente, Christoph Hilger, attraverso il proprio archivio di riferimenti visivi raccolti su Instagram, indaga l’immagine come dispositivo di accumulazione e condivisione, un repertorio aperto nel quale frammenti eterogenei possono entrare in relazione e produrre nuove associazioni. L’archivio non è quindi soltanto una raccolta di immagini, ma un ambiente cognitivo: uno spazio di ricerca nel quale la costruzione di connessioni inattese alimenta l’immaginazione e apre nuove possibilità per il progetto. 

TALK 02 INTENTIONS / Architecture and Authorship: the desire for space 
Guests: Maria Giuseppina Grasso Cannizzo (IT) + Stefano Pujatti (IT) 
Date: 25 Settembre 
Ore: 18.00 
Location: Padiglione Esprit Nouveau 

L’architettura viene frequentemente ricondotta alla figura dell’autore e alla riconoscibilità della sua opera. Eppure, prima ancora di assumere una forma, un linguaggio o una funzione, ogni progetto prende avvio da una condizione più radicale: il desiderio di spazio. È nella tensione verso la possibilità di costruire nuove relazioni spaziali, nuove condizioni dell’abitare e nuove forme di esperienza che il progetto trova la propria origine. In questa prospettiva, l’autorialità non coincide con l’affermazione di uno stile né con la riproduzione di un linguaggio riconoscibile. Si configura piuttosto come una posizione progettuale: la capacità di perseguire una precisa idea di spazio attraverso strumenti, decisioni e forme sempre specifiche. L’autorialità diventa così una metodologia di ricerca, una pratica critica e, al tempo stesso, una forma di responsabilità nei confronti delle condizioni attraverso cui il progetto prende forma. Un processo nel quale intenzioni, valori e visioni vengono continuamente tradotti, messi alla prova e negoziati con i vincoli, le possibilità e le contraddizioni della realtà. 

Il dialogo mette a confronto due percorsi accomunati da una forte coerenza interna, pur nella radicale differenza dei loro linguaggi e delle loro pratiche. L’opera di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo testimonia un’autorialità costruita attraverso un rigoroso processo di sottrazione, nel quale la ricerca sulla misura, sulla materia e sulla qualità dello spazio precede e supera ogni intenzione di definire una cifra stilistica. Il progetto emerge come dispositivo capace di rendere visibili, attraverso la precisione delle scelte, condizioni spaziali spesso latenti. Parallelamente, Stefano Pujatti interpreta il progetto come un campo aperto di sperimentazione, nel quale metodo, intuizione e desiderio spaziale interagiscono senza stabilire gerarchie predefinite. La sua ricerca mette in discussione convenzioni e modelli consolidati, utilizzando il progetto come strumento per interrogare criticamente le forme dell’abitare e per produrre nuove possibilità spaziali. Due traiettorie differenti che suggeriscono una concezione dell’autorialità non come affermazione individuale, ma come persistenza di una visione: la capacità di mantenere una posizione nel tempo, trasformandola attraverso il progetto e traducendola in nuovi modi di immaginare, costruire e abitare lo spazio. 

TALK 03 RELATIONSHIPS / Architecture and Negotiations
Guests: Mario Monotti (CH) + Andrea Faraguna (IT) + Marco Biraghi (IT) 
Date: 8 Ottobre 
Ore: 18.00 
Location: Padiglione Esprit Nouveau 

L’architettura viene frequentemente rappresentata come l’esito di una visione individuale, ma la sua forma prende in realtà corpo all’interno di una complessa costellazione di relazioni, interessi, competenze e responsabilità. Il progetto non è mai il prodotto di una sola intenzione: emerge dall’interazione - e spesso dalla tensione - tra soggetti, istituzioni, saperi e agende differenti. In questo contesto, la negoziazione non costituisce un momento accessorio del processo progettuale, ma una delle sue condizioni operative fondamentali. Committenti, architetti, consulenti, imprese, istituzioni e comunità partecipano, attraverso forme e gradi diversi di agency, alla definizione dell’ambiente costruito. Le relazioni che si instaurano tra questi soggetti non determinano soltanto le condizioni materiali di un singolo progetto, ma possono contribuire a orientare trasformazioni più ampie nella cultura e nella pratica architettonica. La storia dell’architettura può essere quindi letta anche come una storia di relazioni: di alleanze, conflitti, mediazioni e scambi attraverso i quali intenzioni individuali vengono trasformate in forme collettivamente negoziate. 

Il dialogo affronta questa dimensione intrecciando una prospettiva storica e una pratica contemporanea. Marco Biraghi propone una lettura critica delle relazioni che hanno attraversato la storia dell’architettura, interrogando il ruolo di committenti, progettisti e consulenti nella definizione delle condizioni culturali, economiche e operative entro cui alcuni dei progetti più significativi hanno potuto prendere forma. L’autorevolezza del progetto emerge così non come espressione isolata di un singolo soggetto, ma come risultato di una precisa configurazione di rapporti. A questa prospettiva si affianca l’esperienza di Andrea Faraguna e Mario Monotti, la cui collaborazione mette in discussione la tradizionale separazione tra competenze disciplinari e ruoli professionali. Il loro lavoro - fino al recente Padiglione del Bahrain alla Biennale di Venezia - diventa occasione per interrogare il progetto come spazio di convergenza tra saperi differenti, nel quale architettura e ingegneria non operano secondo una semplice divisione dei compiti, ma attraverso un processo di reciproca trasformazione. 
Il dialogo propone così di considerare la collaborazione non come una condizione esterna al progetto, ma come una vera e propria materia progettuale: un campo di negoziazione nel quale differenze, competenze e posizioni divergenti possono concorrere alla costruzione di una visione condivisa. 

TALK 04 REGULATIONS / Architecture and Efficiency 
Guests: Gilles Delalex - MUOTO (FR) + Oana Bogdan (RO- BE) 
Date: 9 Ottobre 
Ore: 18.00 
Location: Padiglione Esprit Nouveau 

L’architettura prende forma all’interno di un sistema di condizioni che eccede ampiamente l’intenzione progettuale. Regolamenti, strumenti urbanistici e quadri legislativi stabiliscono ciò che può essere costruito, dove, per chi e secondo quali criteri, intervenendo nella costruzione del progetto ben prima della sua configurazione formale. Le condizioni regolative non costituiscono quindi uno sfondo neutrale della disciplina, ma una delle forze che orientano concretamente la produzione dello spazio e dell’ambiente costruito. In questa prospettiva, la norma non coincide semplicemente con il vincolo. Se interpretata criticamente e assunta come materia progettuale, essa può diventare un dispositivo capace di generare innovazione, aprendo possibilità inattese all’interno di condizioni apparentemente restrittive. Analogamente, il concetto di efficienza trascende la propria dimensione puramente tecnica per rivelarsi come una costruzione culturale e politica: un insieme di priorità economiche, ambientali e sociali che ridefinisce costantemente i criteri attraverso cui l’architettura viene immaginata, finanziata e realizzata. 

Il dialogo mette a confronto due prospettive complementari sul rapporto tra progetto e regolazione, interrogando tanto la dimensione costruttiva quanto quella istituzionale della pratica architettonica. Gilles Delalex, fondatore dello studio francese MUOTO, esplora il potenziale della ricerca tecnologica, dell’innovazione costruttiva e dell’uso consapevole delle risorse come strumenti per ridefinire il significato stesso di efficienza. Nella sua ricerca, i limiti tecnici ed economici non vengono semplicemente superati, ma trasformati in occasioni per sperimentare nuove logiche spaziali, materiali e costruttive, mostrando come la qualità architettonica possa emergere proprio dalla capacità di reinterpretare le condizioni date. A questa visione si affianca quella di Oana Bogdan, il cui percorso attraversa la pratica progettuale, l’amministrazione pubblica e la definizione delle politiche urbane. Il suo contributo offre uno sguardo interno ai processi attraverso cui le regole vengono elaborate e applicate, evidenziando come gli strumenti normativi e di governance possano costituire vere e proprie leve progettuali per orientare trasformazioni urbane più eque, sostenibili e inclusive. La regolazione diventa così non soltanto un sistema di controllo, ma uno spazio di responsabilità collettiva nel quale si definiscono le condizioni di accesso, qualità e innovazione dell’ambiente costruito. Attraverso il confronto tra queste due esperienze, il dialogo propone di leggere le regole non come un limite esterno all’architettura, ma come uno dei suoi principali campi di operatività: il luogo in cui visioni politiche, conoscenze tecniche e intenzioni progettuali si incontrano, negoziando continuamente le possibilità del progetto contemporaneo.