Ci sono Biennali che cercano di stupire con la spettacolarizzazione, con l’effetto monumentale, con la tecnologia come promessa di futuro. E poi ci sono Biennali che scelgono un’altra strada: quella dell’ascolto, della fragilità, della riflessione lenta. Questa Biennale Arte di Venezia appena inaugurata appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Una mostra che non urla, che non cerca il consenso immediato, ma costruisce una partitura sommessa fatta di memoria, dolore, colonialismo, cura e resistenza.
L’edizione di quest’anno è segnata sin dall’inizio da un evento drammatico: la scomparsa della curatrice Koyo Kouoh, figura centrale del pensiero curatoriale contemporaneo, capace di costruire negli anni un linguaggio critico indipendente, profondamente radicato nelle questioni postcoloniali e nella capacità dell’arte di diventare spazio di relazione e di guarigione. La mostra da lei progettata è stata mantenuta e rispettata con grande rigore, quasi come un gesto collettivo di continuità e di fedeltà intellettuale.

Il titolo “In Minor Keys” diventa allora qualcosa di più di una semplice suggestione musicale. La chiave minore non è qui sinonimo di debolezza o malinconia passiva, ma una modalità di espressione che sceglie il sussurro invece del clamore, l’intensità emotiva invece dell’affermazione muscolare. È una Biennale che invita a rallentare, ad ascoltare ciò che spesso rimane ai margini: le storie spezzate, i corpi feriti, le memorie rimosse.
Non sono mancate tensioni e contestazioni. Il clima internazionale segnato dalle guerre e dai conflitti ha inevitabilmente attraversato Venezia, con proteste legate alla presenza di padiglioni nazionali di Stati coinvolti in violazioni dei diritti umani e crimini internazionali. Anche questo elemento entra nella percezione complessiva della Biennale: l’arte non come territorio neutrale ma come luogo attraversato dalle contraddizioni del presente.
All’Arsenale il percorso si sviluppa come un lungo attraversamento delle ferite contemporanee. Molte opere parlano di estrazione, diaspora, lutto, violenza politica e memoria coloniale. Eppure quasi mai con toni didascalici. Gli artisti lavorano sul simbolico, sul corpo, sulla materia.
Colpisce il lavoro di Ranti Bam, che realizza grandi sculture cave in argilla abbracciandole fisicamente durante il processo creativo. Le forme ricordano grembi materni, cavità protettive, corpi che custodiscono e assorbono il dolore. La superficie scura dell’argilla sembra trattenere memoria e presenza.
Di grande intensità anche le installazioni di Guadalupe Maravilla, artista che da anni lavora sul trauma migratorio e sulla guarigione. Le sue sculture abitabili, simili a sedute rituali, producono vibrazioni sonore e musicali che invitano il visitatore a una partecipazione fisica e sensoriale. L’opera diventa così dispositivo terapeutico, spazio di cura collettiva.

Uno dei momenti più forti dell’intera mostra è la sala rossa di Alfredo Jaar. “The End of the World” è un’installazione essenziale e potentissima: nomi di minerali, luoghi di estrazione, colore rosso ovunque. Bastano pochi elementi per evocare la violenza nascosta dietro il nostro sistema tecnologico globale. Il neocolonialismo contemporaneo passa attraverso l’estrazione delle risorse, il controllo dei territori, lo sfruttamento invisibile che sostiene la nostra quotidianità digitale.

Molto fotografata dal pubblico è l’installazione del birmano Sawangwongse Yawnghwe, composta da centinaia di piccole figure in argilla. Dietro la sua apparente leggerezza visiva emerge il tema dell’esodo e dello scontro con le dittature. Le statuine sembrano una folla fragile e silenziosa, una moltitudine costretta a spostarsi, a sopravvivere, a resistere.

Il duo formato da Joana Hadjithomas e Khalil Joreige propone invece una riflessione sul sottosuolo come archivio della memoria. Vivendo tra Libano e Francia, gli artisti lavorano da tempo sul rapporto tra guerra, archeologia e rimozione. Le loro opere ci ricordano che il terreno conserva tracce invisibili dei conflitti, che la terra stessa può diventare documento storico e deposito traumatico.
Tra i lavori più poetici vi sono le grandi installazioni tessili di Senzeni Marasela dedicate alle tragedie minerarie sudafricane. I tessuti diventano mappe emotive e geografie del lutto: il gesto del cucire assume una valenza quasi rituale, mentre il tema materno si intreccia con quello del pozzo minerario che inghiotte vite e comunità.

Anche Kaloki Nyamai utilizza il tessile come linguaggio politico. I suoi enormi teli cuciti insieme raccontano il Kenya contemporaneo come un territorio attraversato da bellezza e violenza, memoria e oblio. Le figure emergono quasi astratte, frammentate, come apparizioni che cercano di ricomporsi.

Kader Attia continua la sua riflessione sulla riparazione e sulla ferita, questa volta concentrandosi sul mondo virtuale. Partendo da un’affermazione di uno sciamano vietnamita secondo cui i virus informatici sarebbero entità spirituali, l’artista costruisce un percorso multimediale che mette in relazione tecnologia, paura e vulnerabilità.
Nick Cave accompagna invece il visitatore attraverso le sette fasi del lutto con installazioni e sculture che intrecciano vita e morte, spiritualità e trasformazione. Il suo lavoro mantiene una forte dimensione performativa e musicale: tutto vibra, tutto sembra sospeso tra perdita e rinascita.

Camminando lungo l’Arsenale emerge chiaramente una sensazione diffusa: il vero sottotitolo di questa Biennale potrebbe essere “dolore e guarigione”. Colonialismo, sfruttamento, guerre, senso di colpa occidentale attraversano molte opere. Ma sarebbe riduttivo leggerla soltanto come una mostra della denuncia. In realtà la dimensione più interessante è proprio il tentativo di trasformare il trauma in spazio di ascolto.
Anche ai Giardini il tono rimane coerente con il progetto curatoriale. Nel Padiglione Centrale il lavoro di Otobong Nkanga crea uno dei momenti più coinvolgenti del percorso. L’artista riveste colonne con mattoni, inserisce rocce che raccolgono acqua piovana e lascia crescere piante rampicanti. È come se l’architettura stessa diventasse organismo vivente. L’opera invita a riconnettersi con gli elementi naturali, ad ascoltare non soltanto il racconto umano ma anche quello della materia, dell’acqua, della vegetazione.
Molto raffinato il progetto di Pio Abad. Nato nelle Filippine e residente a Londra, l’artista realizza disegni minuziosi di oggetti quotidiani che dialogano con le sculture trafugate del Benin conservate nei musei occidentali. Il quotidiano contemporaneo entra così in relazione con il tema della spoliazione coloniale. Gli oggetti domestici assumono la dignità di reperti, mentre il museo viene interrogato come luogo politico.
Tra i padiglioni nazionali spicca quello della Santa Sede, che propone un’esperienza immersiva basata sull’ascolto. In una Biennale dominata da immagini forti e narrazioni traumatiche, il padiglione sceglie la sottrazione e il silenzio come strumenti percettivi.
Molto interessante anche il Padiglione del Brasile con la mostra “Comigo ninguém pode”. Le artiste Adriana Varejão e Rosana Paulino utilizzano l’ambiguità di una pianta tropicale velenosa e affascinante per parlare della storia del Brasile e delle ferite lasciate dal colonialismo. La bellezza diventa qui elemento ambiguo: seduce ma contiene violenza, proprio come la storia di molti paesi segnati dalla dominazione coloniale.
Questa Biennale non è una mostra facile. Richiede tempo, disponibilità emotiva, capacità di sostare davanti alle opere senza cercare immediatamente spiegazioni o effetti spettacolari. Non offre consolazioni rapide e non cerca di piacere a tutti. Eppure proprio per questo riesce a lasciare un segno. In un momento storico dominato dalla velocità e dalla sovrapproduzione di immagini, Venezia sceglie il registro lento della riflessione. L’arte torna a essere spazio di ascolto e non semplice intrattenimento culturale. Forse è questo il lascito più forte di “In Minor Keys”: ricordarci che anche la fragilità può diventare una forma di resistenza.




