Inserita nella Cour du Puits, una delle due corti storiche dell’Haras National di Hennebont in Normandia, la nuova arena equestre progettata da K Architectures ridefinisce con decisione il profilo del complesso. Con i suoi diciassette metri di altezza, il volume si solleva sopra le scuderie napoleoniche, instaurando un dialogo diretto con le ampie coperture in ardesia delle longères esistenti.
In un contesto saturo di memoria, quasi sacrale, il progetto evita ogni gesto contemporaneo dichiaratamente dissonante, scegliendo invece di lavorare per risonanza. Il linguaggio adottato si radica in una reinterpretazione del vernacolo classico, capace di assorbire e rielaborare una pluralità di archetipi: dalle prime architetture circensi stanziali (effimere strutture lignee ormai scomparse) fino alle hall mercatali del XVII secolo diffuse nel paesaggio francese. Tra queste suggestioni, emerge con forza l’influenza di Victor Baltard, le cui architetture metalliche, e in particolare il Marché Secrétan, informano in modo decisivo la genesi del progetto.

Il principio dei cleristori sovrapposti (originariamente concepiti per amplificare la navata, favorire la ventilazione naturale e diffondere luce zenitale) viene qui reinterpretato come strumento di dilatazione spaziale. La successione delle falde frammenta la massa e alleggerisce la percezione complessiva dell’edificio, articolando la copertura in un ritmo che dissolve il volume nel paesaggio circostante. L’involucro dell'Haras National costruisce un dialogo sottile tra epoche attraverso una materialità stratificata. Le coperture alternano ardesie rettangolari, eredità diretta dell’architettura napoleonica, a elementi arrotondati di disegno contemporaneo. Questa ibridazione si traduce in una composizione dinamica delle falde, che rilegge in chiave architettonica il lessico grafico del mondo circense. Attraverso un gioco di triangolazioni e variazioni geometriche, la copertura perde rigidità e assume una dimensione quasi narrativa, evocando un immaginario sospeso tra disciplina costruttiva e fantasia.





All’interno, la struttura lignea si dispiega in una grande volta, definendo un paesaggio spaziale di forte intensità. La potenza espressiva della carpenteria richiama la monumentalità della Halle di Questembert, mentre il riferimento tipologico si radica nella dualità delle prime architetture circensi: da un lato la stabilità delle strutture ottocentesche, dall’altro l’intelligenza costruttiva delle architetture semi-permanenti, concepite per essere montate e smontate rapidamente. Il sistema costruttivo si fonda su una logica modulare, basata su tre elementi replicati, prefabbricati e assemblati in situ. Questa strategia consente precisione esecutiva e controllo del cantiere, riducendo l’impatto sul sito storico. La scelta strutturale è radicale: liberare completamente l’arena e due delle quattro facciate da qualsiasi supporto intermedio. Un sistema di archi genera una cupola su cui si innesta una piramide gradonata; gli archi, sfalsati, sostengono travi reticolari che attraversano le facciate in un’unica campata. L’assenza di sostegni verticali consente una permeabilità visiva totale: attraversando la corte, lo sguardo oltrepassa l’arena e si apre sulle scuderie storiche, inscrivendo lo spettacolo equestre in una cornice patrimoniale continua.



Se all’esterno l’edificio dell'Haras National mantiene un carattere misurato, è all’interno che si rivela la sua dimensione spettacolare. La volta lignea, immersa in una luce controllata, costruisce un’atmosfera sospesa, evocando l’immaginario festivo del circo. Per esaltare la struttura, tutti gli elementi secondari e gli impianti tecnici adottano finiture scure e opache. Questo trattamento chiaroscurale dissolve l’involucro e mette in risalto la trama strutturale, le cui curve illuminate definiscono uno spazio intimo, calibrato per l’esperienza performativa. La flessibilità dell’architettura si manifesta nella facciata mobile: ampie porzioni scorrono dietro pilastri sottili, annullando il confine tra interno ed esterno. Nei momenti di pausa, l’arena si apre completamente alla corte, tornando a essere un padiglione permeabile, restituito al contesto storico.






Le facciate che delimitano la Cour du Puits sono rivestite da un sistema ligneo a griglia rigorosa, che restituisce all’interno l’immagine di un cuore caldo e protettivo. Il rivestimento, composto da pannelli orizzontali crenellati, dialoga con la leggerezza delle lamelle che chiudono i livelli superiori della copertura. Due anelli luminosi, integrati con frangisole regolabili in legno, modulano la luce naturale, diffondendola in modo omogeneo nello spazio dell’arena. Durante il giorno, questo dispositivo amplifica la dimensione plastica della struttura: la luce colpisce direttamente gli archi, rivelando la complessità della carpenteria. Oltre alla funzione espressiva, questo sistema costituisce il vero “polmone” dell’edificio. Le lamelle regolano i flussi d’aria e agiscono come dispositivi acustici, garantendo comfort ambientale e qualità sonora durante le performance. L’apertura verso il cielo completa il principio del camino termico, reinterpretando in chiave contemporanea le intuizioni di Victor Baltard e assicurando un funzionamento passivo ed efficiente.

La Grande Halle nasce dall’incontro tra forme nobili ereditate dal XVII e XIX secolo e una consapevolezza ambientale contemporanea. I materiali sono essenzialmente bio-based, come il legno, e geo-based, come l’ardesia. Massiva e al contempo leggera, l’architettura afferma la necessità di costruire strutture semplici, durevoli, capaci di radicarsi nel contesto senza rinunciare a una dimensione poetica. Il progetto si definisce così come un’architettura consapevole: rigorosamente funzionale, ma composta con una sensibilità estetica profondamente ancorata alla memoria dei luoghi.




