Il primo premio del concorso internazionale aperto per il nuovo Stadio Maksimir e il Centro sportivo e ricreativo di Svetice, a Zagabria, va a VG13 Architects, lo studio italiano fondato da Tommaso Fantini e Alberto Rossi. Il concorso riguarda uno stadio da 35.000 posti di categoria UEFA 4 e un intero quartiere dedicato allo sport, ai margini del parco Maksimir.
Il concorso è stato bandito dalla Città di Zagabria, che finanzia l’opera in parti uguali con lo Stato croato, ed è stato organizzato da DAZ, l’Associazione degli architetti di Zagabria. Aperto dal 20 marzo al 17 luglio 2026, ha raccolto 88 proposte da oltre venti Paesi. La giuria, presieduta da Toma Plejić e composta da Vasa Perović (Bevk Perović arhitekti), François Chas (NP2F), Mia Roth-Čerina, Nenad Fabijanić e Vjera Bakić, oltre che dal sindaco di Zagabria Tomislav Tomašević, dal ministro del Turismo e dello Sport Tonči Glavina e dal presidente della Dinamo Zagabria Zvonimir Boban, ha scelto all’unanimità il progetto di VG13 il 4 settembre. La classifica dà la misura del risultato.

Il secondo premio è andato a XDGA – Xaveer De Geyter Architects di Bruxelles. Il terzo al gruppo formato dai cileni di Plan Común, dai parigini Studio Muoto e da DATA architectes. Il quarto a njiric+ arhitekti di Hrvoje Njirić, tra le figure di riferimento dell’architettura croata contemporanea. Il quinto a LAN di Parigi, insieme a P2PA. Un giovane studio si è quindi affermato davanti ad alcuni dei nomi più riconosciuti della ricerca architettonica europea.
Il bando chiedeva più di uno stadio, e VG13 risponde con un pezzo di città.
La giuria la descrive come un sistema di “figure architettoniche autonome immerse in un paesaggio continuo”, insieme “intensamente urbano e intensamente verde”. La Sport City prolunga il bosco del parco Maksimir, aperto alla fine del Settecento e primo parco pubblico del sud-est europeo.

Una grande diagonale la attraversa dal nodo di trasporto del quartiere di Borongaj fino all’asse principale del parco, passando per lo stadio di atletica, che è disposto in obliquo. Il nodo di trasporto va oltre la sua funzione: diventa la piazza e l’”ingresso cerimoniale” del complesso, il luogo dove ci si raduna prima dello spettacolo sportivo. Pallamano, basket e futsal sono riuniti in un unico edificio.
Le auto restano ai margini, rain garden, radure e superfici permeabili rendono il suolo pubblico e vissuto anche nei giorni senza partita.
Lo stadio è coeso e connesso: le tribune si articolano in quattro grandi corpi leggermente sfalsati, che negli angoli si aprono verso il parco e la città. Le costituiscono un numero limitato di superfici astratte, solette orizzontali e piani inclinati che si sovrappongono e slittano l’uno sull’altro. Nello stesso gesto queste superfici formano le gradinate, ospitano i percorsi, reggono la copertura e danno forma agli spazi pubblici intorno all’edificio.

Ridotta all’essenziale, l’architettura trae forza dalla purezza delle forme e dalla configurazione plastica che queste assumono. Ne nasce un gioco di elementi che è insieme un luogo di raccolta, dove la folla si stringe attorno al campo, e un gesto di apertura verso il parco, la città e la vita pubblica che continua oltre i giorni di partita. Il punto di partenza è lo stadio che il progetto è chiamato a sostituire. Il Maksimir, casa della Dinamo e teatro anche degli eventi del maggio 1990, nasce da un progetto dell’architetto Vladimir Turina del 1946 ed è costruito per fasi a partire dagli anni Cinquanta.
La tribuna ovest, con le sue solette a sbalzo, resta tra le opere più alte dell’architettura croata del dopoguerra. Turina lo aveva pensato come una “arena aperta nel paesaggio”, che riteneva “concettualmente di gran lunga superiore all’ovale chiuso”. Gli ampliamenti dei decenni successivi hanno però contraddetto l’idea iniziale. Indebolito dal terremoto del 2020, che ha reso inagibile la tribuna est, lo stadio sarà demolito a partire dal 2027. Secondo la giuria, il progetto di VG13 reinterpreta in modo inventivo la leggerezza delle solette sospese di Turina, l’autonomia delle tribune, la monumentalità della struttura e il ruolo decisivo dei vuoti, in “una composizione plastica, quasi suprematista”.

Ne risulta uno stadio che tiene insieme la continuità delle tribune e l’apertura al paesaggio. La frammentazione del volume esterno, osserva ancora la giuria, “non diminuisce l’intensità dell’esperienza interna”. Lo spazio interno è un “concentratore compatto del collettivo”, nel quale il calcio è vissuto come rito e lo stadio come luogo di appartenenza. La tribuna nord, articolata in modo autonomo, conserva l’identità della leggendaria Sjever, la curva storica dei tifosi della Dinamo, e ne intensifica l’atmosfera. La netta gerarchia tra le tribune e la loro copertura leggera dà al progetto un carattere insieme grezzo, robusto e leggero, su una struttura razionale ed economica.
Dopo la proclamazione, a Zagabria si è aperto un dibattito pubblico acceso. È un segno di quanto il Maksimir sia per la città e per il Paese molto più di uno stadio.





