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Strategie per abitare tra cielo e terra.
Che l’architettura sia un fenomenale strumento di promozione politico ed economico è chiaro a tutti i paesi dominanti, e questo fenomeno è ancora più chiaro se si guarda la crescente attenzione da parte delle istituzioni pubbliche nei confronti della promozione dell’architettura nazionale in un paese come la Norvegia, che negli ultimi due decenni è andata imponendosi tra i paesi leader europei. Se fino a qualche decennio fa nell’immaginario collettivo la Norvegia appariva come una terra esotica e ai più suggeriva al massimo il mito di un viaggio iniziatico per giungere agli estremi di Capo Nord per godere di aurore boreali e albe inimmaginabili alle latitudini mediterranee, le cose sono andate rapidamente cambiando anche in conseguenza del fatto che il paese è divenuto uno dei più importanti produttori di petrolio del mondo. La scoperta negli anni ’70 di immensi giacimenti nelle proprie acque territoriali ha definitivamente proiettato questo paese, di superficie pari a tre volte l’Italia ma con una popolazione di circa un decimo, tra le nazioni leader nel mondo occidentale.
Un paese che negli ultimi tre anni si è trovato – secondo quanto scrivono gli economisti – ad avere il primo Fondo Sovrano al mondo e che si è progressivamente vestito di autorità  e consapevolezza sul piano finanziario, ma che ha anche capito che non bastava avere un rapporto di grande attenzione per la qualità della vita dei propri cittadini – attuali e futuri – per entrare nel novero delle nazioni guida dell’occidente. La Norvegia ha infatti compreso che la dimensione di una visibilità culturale fosse la via fondamentale per riposizionare il proprio paese in un’altra fascia dell’immaginario collettivo internazionale. Anche così possiamo spiegare la crescente presenza delle più diverse espressioni culturali di questo paese nei media internazionali. Prendendo come punto di osservazione l’Italia – e nel nostro caso le relazioni nel mondo dell’architettura – possiamo dire che se Gio Ponti aveva avuto modo di apprezzare Arne Korsmo e sua moglie Grete Prytz alla X triennale di Milano del 1954 (ove vinsero la medaglia d’oro per il miglior allestimento nazionale), l’evento probabilmente venne considerato come una sorta di riconoscimento di qualità al più periferico tra i “paesi scandinavi” cui l’attenzione del sensibile e colto architetto italiano – e più in generale del mondo del design nazionale – era rivolta in quel momento. Erano soprattutto gli svedesi a guidare la compagine Scandinava con la loro “Swedish grace”, poi divenuto genericamente “Scandinavian design”, dopo la fortuna critica delle produzioni nazionali degli anni ’50 e ’60 frutto di una politica socialdemocratica che si occupava del welfare anche alla scala del design inteso come pratica sociale per il miglioramento della vita collettiva. Per vedere una qualche maniera testimonianza e riconoscimento allo spessore culturale di questo lontano, e per lo più sconosciuto, popolo norvegese bisogna attendere la realizzazione del Padiglione dei Paesi Scandinavi ai Giardini della Biennale di Venezia negli anni ’60, a seguito di un concorso che aveva visto imporsi un meno che trentenne e del tutto sconosciuto Sverre Fehn. Ad una persona della sensibilità e dell’onestà intellettuale di Giancarlo De Carlo certo, la comparsa di quella  presenza, mite ma autorevole quale dovette sembrargli fin dal suo primo apparire il giovanissimo Fehn, non passò inosservata. Le frequentazione ai CIAM prima, al mitico Team X - cui Fehn fu sempre invitato – e all’ILAUD di Urbino, evidentemente determinarono profonda e reciproca conoscenza che giunse presto all’apprezzamento più sincero. Così negli anni ’70 e ’80 il lavoro di ricerca progettuale di Fehn viene pubblicato quasi esclusivamente su “Spazio e Società”, per entrare nell’attenzione delle altre riviste italiane solo verso i primi anni ’90. Quando ci recammo in Norvegia nel ’92 per incontrare Fehn, e da lì iniziare a studiare la sua opera per poi risalire la china della conoscenza di quella cultura architettonica e delle radici che l’avevano prodotta, fino ai maestri meno noti, si era già avviata quell’opera di promozione da parte delle istituzioni politiche norvegesi che avrebbe portato, di lì a breve, importanti promotori culturali nazionali ad invitare Fehn al concorso riservato per il nuovo palazzo del cinema a Venezia.
La mostra antologica realizzata alla Basilica Palladiana a Vicenza – in parallelo all’uscita di una monografia – segna il punto di un progressivo innalzarsi dell’attenzione da parte della cultura architettonica verso le produzioni norvegesi. Il Pritzker Prize del 1997 conferito a Fehn, mentre si inaugurava la mostra vicentina, giunge a coronare questo successo che è si personale ma anche politico e sociale: non va dimenticato che la sua valorizzazione a maestro conclamato dell’architettura internazionale era in perfetta coerenza con le strategie di promozione del sistema-paese Norvegia perseguite ostinatamente dalle sue istituzioni culturali e politiche. Accanto alla storia di Sverre Fehn, che incarna il mito dell’eroe singolo e indipendente, tipico della saga nordica ben stigmatizzata da Peer Gynt, il personaggio creato dalla penna di Henrik Ibsen per l’omonimo poema drammatico, se ne coglie però un’altra. Più recente. Si tratta di quella relativa all’incredibile avventura di un piccolo collettivo di architetti e studenti di architettura con sede a Oslo che nel 1990 si aggiudicano, increduli forse più di tutti, il concorso internazionale per il progetto della Biblioteca di Alessandria d’Egitto! Cordate di grandi studi di fama e dimensione internazionale superati da uno sgangherato e per certi versi anarchico gruppetto di entusiasti progettisti che, senza farsi intimidire né dalla dimensione del concorso né dal fatto di non avere alcuna esperienza (e in alcuni casi neppure la laurea) partecipa, e vince, a quello che appariva uno dei più grandi concorsi di architettura di tutti i tempi. Snøhetta il singolare nome del gruppo (una parola un po’ ambigua con diversi significati tra cui quello di ‘piccola cima imbiancata’).
Anche questa una saga a carattere nordico e frutto di una politica culturale che vede al primo posto la promozione delle capacità dei singoli a cui, talvolta in maniera anche eccessiva, viene insegnato a non avere paura di nulla e che di fatto tutto è realizzabile. Una educazione all’autostima che ha prodotto molti risultati in tutti i campi del sapere e del fare, frutto ancora una volta di una politica socialdemocratica attenta agli individui. Ne è dimostrazione anche il fatto che la Norvegia è l’unico paese, insieme all’Italia, dove esiste un numero davvero consistente di studi di architettura a carattere individuale o di piccola dimensione.
Da noi per impossibilità di trovare una collocazione che non sia quella autonoma, con tutti i limiti che ciò comporta. Lì per la facilità con cui anche piccoli studi vengono incoraggiati a formarsi senza che siano penalizzazioni in concorsi o nell’affidamento di incarichi (almeno limitatamente al contesto Scandinavo). In quegli stessi anni, ossia nei primi anni ’90, e in questo contesto culturale ormai maturo, non a caso la Norvegia avvia un programma di investimento per valorizzare la più grande risorsa nazionale: la natura, potente e austera, incarnata nell’immaginario collettivo da fiordi e colline di granito per lunghi mesi coperte di neve. Un programma che ha una doppia caratura: una interna e una esterna. La valorizzazione infatti si rivolge sia ai norvegesi, in termini di potenziamento di servizi e infrastrutture lungo le strade del paese, sia agli stranieri, in termini di costruzione di un immaginario iconico che sfrutta il grande potenziale di attrazione che la natura “selvaggia” ancora possiede. Non è un caso che lo slogan adoperato dal Ministero degli Affari Esteri per promuovere il paese sia ancora oggi “Powered by Nature”.
Ma la cosa che non finisce ancora di sorprendere è che il governo ha intrapreso questa opera di promozione nazionale ricorrendo all’architettura, stabilendo che gli incarichi per progettare le singole aree di sosta, lungo quelle che vengono definite le Nuove Strade Panoramiche Nazionali, devono essere affidati attraverso concorsi pubblici. Accanto a studi in genere di piccole e medie dimensioni, negli anni se ne sono aggiunti alcuni importanti come ad esempio l’appena citato Snøhetta. Anche grazie alla vincita di questi concorsi, gli studi piccoli crescono e vengono sempre più frequentemente invitati a mostre e a conferenze internazionali, dentro e fuori l’università, promuovendo insieme il paese e il proprio lavoro. Sono inoltre pubblicati con sempre maggiore frequenza anche sulla stampa internazionale perché le opere in breve passano dal progetto alla realizzazione. Anche da noi, in Italia, questi architetti sono sempre più visibili (in particolare Jensen & Skodvin, C-V. Hølmebakk e K. Hjeltnes) ma analoga attenzione viene rivolta all’architettura norvegese contemporanea da riviste internazionali quali “A+U” o “Architecture d’aujourd’hui”.
Compreso che ha alle spalle un grande aiuto di promozione e supporto (anche in termini di opportunità) dalle istituzioni culturali nazionali, cosa ha questo movimento di giovane architettura norvegese che lo rende riconoscibile e, pur nella estrema diversificazione di atteggiamenti compositivi e costruttivi, coeso ed omogeneo per strategie e atteggiamento nell’insediarsi, tanto in ambiti naturali che urbani? Per quanto indagato in questi anni in ripetuti viaggi, incontri e pubblicazioni si può tentare di riassumere in breve la questione nel modo seguente:
a) estrema attenzione alla tettonica e alla costruzione;
b) consapevolezza che i siti di natura sono ricchezza figurativa ed emozionale inesauribile; c) un pragmatismo che non si fa pressare dall’ansia del colpo ad effetto, attingendo spesso alla tradizione nazionale senza pregiudizio, ma anche alle mode internazionali. Come era già avvenuto durante il classicismo dei primi anni del ‘900 o il razionalismo degli anni ‘30, operando con spregiudicatezza e ironia insieme e con una misura che non trova analogie in altri contesti al di là della Scandinavia. Proviamo a guardare un po’ più da vicino, per un attimo, i tre punti evidenziati.
Sulla tettonica si deve ricordare che le condizioni estreme (soprattutto dal punto di vista climatico e metereologico) non consentono debolezze. La costruzione deve essere rigorosa pena il fallimento dell’opera indipendentemente dall’apparato figurativo che il singolo architetto decide di mettere in scena. Questo atteggiamento rende molte volte le architetture al limite dell’elementare – si potrebbe dire del brutale –, ma le rende sempre pertinenti e mai pretestuose.
Come diceva Fehn l’architettura del legno stabilisce quella poetica della “linea retta” che è foriera di un pensiero intrinsecamente portato a pre-fabbricare, pensando prevalentemente le architetture come scatole di montaggio che si appoggiano al suolo, piuttosto che fondarsi in profondità. Da qui discende anche il rapporto particolare che viene instaurato con il luogo di progetto quasi sempre avviato con una meticolosa fase di rilievo topografico (con annotazioni al centimetro), certi che la natura e le sue infinite variabili morfologiche siano portatrici di ricchezze che difficilmente l’architettura potrebbe mai raggiungere, per cui è importante usarle dove se ne ha la possibilità, senza occultarle o peggio distruggerle. Appoggiarsi con leggerezza al suolo è tratto concettuale che è in sicura opposizione al radicarsi, al fendere la natura per infilarsi nelle sue viscere al fine di innalzarsi come a volerne decretare la sconfitta, o forse più mestamente la sottomissione all’uomo padrone e demiurgo di ogni cosa. La natura per i norvegesi è madre accogliente che non deve essere offesa e solo in tal senso mai umiliata dalla presenza del nuovo.  Va continuamente profanata con sapienza e quindi costantemente re/immessa all’uso della contemporaneità, per parafrasare uno scritto di Giorgio Agàmben sul necessario processo di “profanazione” che non vuol dire disconoscimento di valore dei luoghi, piuttosto consapevolezza delle responsabilità di chi opera e trasforma la natura a fini collettivi. Nessun tabù nell’inserire architetture nei luoghi più estremi hanno questi architetti norvegesi cui dobbiamo guardare con attenzione. Basta conoscere le regole con cui la natura si muove e respira, trattarla da vivente, non da mera res extensa, cosa inanimata e dunque disponibile a tutto. E se per fare ciò usano calcestruzzo, acciaio e legno, può essere naturale che molte delle strategie compositivo\costruttive messe a punto dai maestri quali Korsmo, Knutsen, Selmer, Fehn, Henriksen e altri possano riaffiorare e essere variamente manipolate e riadattate. Non è una questione di storicismo o di eclettismo: è che si riconosce un principio di concretezza e pragmaticità per cui si è autorizzati e spinti a utilizzare processi, sistemi e soluzioni già adoperati da altri prima, dentro e fuori i confini nazionali. Una spregiudicatezza che sicuramente non appartiene alla cultura mitteleuropea o mediterranea e i cui risultati sono ben lontani dal pastiche postmoderno in cui questa è rimasta intrappolata per molti anni quando ha provato a percorrere strade simili. A questo proposito, nel panorama norvegese contemporaneo, è esemplare il lavoro di Space Group, lo studio fondato da Gro Bonesmo dopo anni di attiva collaborazione con OMA a Rotterdam, che riprende linguaggi e strategie proprie del pensiero di Rem Koolhaas adattandoli alla realtà e al contesto norvegese. Ne emerge un ibrido che riesce a trovare la giusta distanza tra il paradigma olandese e i condizionamenti del contesto: non è un caso infatti che lo studio si sia aggiudicato molti dei più importanti cantieri nazionali, come ad esempio il concorso per la realizzazione della nuova stazione ferroviaria e intermodale di Oslo Centro. Ma lo stesso si può dire anche di Snøhetta, Jarmund & Vigsnæs e di altri studi le cui opere sono raccolte nel presente volume. Anzi, questo carattere è così radicalmente culturale, che l’eclettismo dei riferimenti può essere riconosciuto anche all’interno della produzione di uno stesso studio che nel corso degli anni, e a seconda della occasione progettuale, modifica i propri riferimenti. Esemplare in tal senso è ad esempio il lavoro di Lund Hagem, Helen & Hard , 3RW, Knut Hjeltnes, Reiulf Ramstad, 70˚N Arkitektur, Code, a-lab, BKARK, solo per citare alcuni studi. Questa natura intrinsecamente eclettica e pragmatica dell’architettura norvegese può essere inteso anche come un tratto culturale assimilabile a quello che nel mondo delle tecnologie viene definito Open Access: non è un caso che la Scuola di Architettura di Oslo (una delle tre attive sul territorio nazionale, le altre sono a Bergen e a Trondheim) ha da alcuni anni avviato la collana editoriale “As Built” per raccogliere esperienze monografiche di singole architetture alla scala del dettaglio costruttivo con l’obiettivo di realizzare un repertorio/catalogo di soluzioni che tenta di contrastare il monopolio delle grandi multinazionali che dominano il mondo dei componenti dell’edilizia. Allo stesso tempo, la raccolta diventa uno strumento – open access appunto – a disposizione di colleghi e studenti, quasi una sorta di nuovo manuale dell’architetto redatto collettivamente e a disposizione della collettività. Su questo piano la scuola norvegese è forte, pienamente consapevole che la sperimentazione figurativa deve tendere alla soluzione “semplice” il più possibile, di rapida realizzazione e montaggio (per lunghi mesi non è facile operare nei cantieri con neve e temperature davvero rigide) che va se possibile preparata in officina e poi rapidamente montata. Non sono tanto gli aspetti figurativi che rendono riconoscibile questa scuola di architettura, quanto il pragmatismo che parte dalla considerazione di fondo che l’architettura è in primis un servizio alle persone, un aiuto ad abitare una natura altrimenti inospitale. E che per fare questo si devono usare al meglio le risorse giuste per rispondere al tema posto, senza mai eccedere. Anche perché il bianco perenne per lo più rende illeggibile i lavori sulle figurazioni mentre esalta quelli sulle silhouette, come scriveva il maestro e storico norvegese Christian Norberg-Schulz nel suo “Nightlands“. A tal proposito bella ed illuminante ci è sempre apparsa la riflessione fatta da Francesco dal Co nel saggio introduttivo alla monografia su Sverre Fehn, che ci appare metafora capace ancora di dare una chiave di lettura cui in fondo sono riconducibili tutti i progetti norvegesi presentati in questo numero: “Fehn ha scritto che …l’immensità del mare ha ispirato le costruzioni navali…: sulla terra, l’architettura può tradurre solo i principi dell’arte del costruire che i maestri d’ascia possedevano, adattandoli alle contingenze e agli usi. Poiché  il valore e la razionale coerenza di quei principi non possono venir negati, ciò che l’architettura rivelaè la violenza che contro di essi esercita il genio dei luoghi”. Non monumenti dunque sono per i norvegesi le architetture, ma macchine/maschere consapevolmente limitate e temporanee che l’uomo costruisce con sapienza tramandata per incontrare l’altro uomo e abitare la terra. In attesa di rimettersi in moto e cercare altri luoghi, altre occasioni per rendere i propri sogni ragione dei luoghi di un migliore vivere quotidiano, per sé e per gli altri.

Gennaro Postiglione is an Associate Professor in Interior Architecture at The Politecnico di Milano. Researches focus mainly on domestic interiors, on  museography and on preserving and diffusing collective memory and cultural identità. Besides, he has a specific interest in the architecture of Nordic countries. From 2004, is promoter of Public Architecture@ Polimi and from 2006
is promoter of IFW-Interior Forum World. On going researches: “Dealing with Conflict Heritages” (National grant); “European Museums and Libraries in/for the Age of Migrations”. Main publications: Norwegian Talks, Macerata 2010 (ed. with N. Flora). Unplugged Italy, Siracusa 2010; Interior Wor[l]ds, Torino 2010 (gen. ed. L. Basso Peressut, I. Forino); Places & Themes of Interiors (gen. ed. with L. Basso Peressut, I. Forino).

Nicola Flora (1961) has a PhD in ‘Interior Design‘ and he is researcher at “Scuola di Architettura e Design E. Vittoria di Ascoli Piceno”, Camerino University. He has always explored the themes of domestic spaces and small scale architecture. From 1990 he studied the architecture of Nordic countries, Norway in particular. In 2009 he founded in Ascoli Piceno the “MobilArchGroup“, a researching and experimentation collective on moving living, strategies to reuse abandoned buildings as residential and tourism buildings with the support of many companies. He is currently developing an experimental research on the reuse of public buildings in the center of Aliano (MT) with the Municipality and many furniture companies of Marches.

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