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Il riposo nobilita l‘uomo

Il relax – gli spazi ad esso destinati e gli oggetti per tale attività pensati – è il tema su cui il presente numero speciale di AREA pone la sua attenzione. A tal proposito può essere utile esplicitare la radice del termine relax e la sua declinazione nella società contemporanea per capire cosa significhi oggi per l’uomo dedicarsi al relax nell’ambito dei suoi ritmi esistenziali.
La definizione di relax, secondo il vocabolario della lingua italiana, è: rilassamento fisico e psichico, stato di riposo, distensione. Il relax, quindi, rappresenta un momento di riposo e di distensione per l‘uomo rispetto ad un altro tipo di attività o di azione che egli compie. L’attività, opposta al rilassarsi – al riposare – non può che essere, da un punto di vista pratico prima ancora che sociologico, il lavoro. Il relax quindi, così come oggi è percepito e concepito, è l’uso del tempo libero, del tempo oltre o dopo il lavoro e quindi il riposo è una attività che si pone come alternativa al lavorare, al produrre, o come riempitivo di spazi di tempo residui.
Per meglio comprendere tali categorie, dell’essere prima che del fare, è opportuno ricondurle agli storici principi di otium e negotium, propri della cultura romana. L’otium romano rappresenta un postulato filosofico teso al conseguimento della conoscenza intesa come valore etico e morale; ai tempi dei romani l’ozio era considerato come parte essenziale della libertà di scelta e di vita e quindi come completamento necessario della vita privata e domestica rispetto agli obblighi del lavoro e agli impegni politici, sociali e pubblici e, soprattutto, mai in contrasto con essi. L’otium, per le civiltà del mediterraneo, è in definitiva lo spazio che l’uomo concede alla propria spiritualità, ed è la ricerca di qualità nella vita, è cioè “arte di vivere”.
Il riposo, quindi, è considerato un tempo non produttivo solo se assumiamo, come dato interpretativo, che l’unico tempo “utile” è quello legato al fare. Tale concetto, radicato nella contemporaneità, e che ha visto alterne valutazioni o giudizi nel passato, attribuisce al fare, al produrre, una valutazione sostanzialmente positiva in quanto costruttiva e materialmente verificabile nei suoi esiti, mentre lascia al pensiero, alla speculazione intellettuale, all’inazione, al riposo, un valore astratto e non pratico, che viene valutato negativamente in termini di concretezza e di utilità. Eppure, sin dalla lettura della struttura semantica dei due termini latini, appare evidente come non sia il riposo l’alternativa (inattiva) al lavoro quanto piuttosto il negotium (nec-otium, cioè non-ozio) la negazione dell’otium, il quale non può non rappresentare la principale attività, in termini di qualità, nella vita dell’uomo. Tale dualità, tra due sensibilità culturali divergenti come quella della produzione di beni e quella della qualità della vita, è ribadita dallo scrittore Luis Racionero i Grau che, con spirito critico e provocatorio, suggerisce di distinguere nell’identità europea due anime contrapposte, una propria del nord ed una mediterranea (del sud), la prima che ha propiziato la rivoluzione industriale e l’altra che ha stimolato gli ideali umanistici.
In tale studio lo scrittore catalano prova a separare il mito della produttività e del lavoro finalizzato al raggiungimento di beni e ricchezze – nordico – dalla ricerca di una qualità esistenziale,
di un’esistenza ricca culturalmente – mediterranea – opponendo, in definitiva, all’efficienza e all’opulenza materiale, la bellezza e la civiltà; cioè alla quantità la ricerca della qualità. Tale lettura, al di là del tentativo di individuare un’origine (geografica e sociale) di due modi opposti di concepire la vita, ci porta alla dialettica che intercorre tra l’idea di un mondo efficiente e produttivo e la concezione di uno creativo e dedito ai piaceri del corpo e della mente. Come si legge nell’introduzione ad una mostra di qualche anno fa dedicata all’ozio, inteso come cura dello spirito, “l’otium ha sempre suscitato sentimenti contrapposti. Condannato a più riprese e poi bandito dalla cultura industrialista, per secoli è stato nell’impero romano uno stile di vita elevato, considerato di pari valore rispetto al negotium. Insomma, per i cittadini dei primi secoli dell’era cristiana, vita pubblica e vita privata erano sullo stesso piano, in perfetto equilibrio. […] Per le classi dominanti dell’epoca, l’otium è un complesso di attività intellettuali e meditative, ricreative e ristoratrici che rappresenta non solo un bisogno essenziale, ma anche un elemento caratterizzante dello stile di vita, della libertà personale, della tempra morale. […] L’otium s’identifica quindi con un ideale culturale e filosofico”.
Le nuove possibilità offerte dalla tecnica, e ancor più dall’informatica, che hanno modificato il rapporto tra uomo e lavoro, tra fatica e capacità di produrre, ha riportato l’attenzione sull’utilizzo del tempo. L’incremento di strumenti che agevolano e sollevano l’uomo dai lavori pesanti, ripetitivi e noiosi ma anche che collaborano a semplificare ogni attività del quotidiano, persino quelle ludiche o ricreative, ha fatto tornare di attualità l’ozio; come nel caso della teoria di Domenico De Masi6 che propone il concetto di “ozio creativo”.
A partire dal dato di fatto di vivere i benefici di una società tecnologicamente avanzata, e di essere nell’attualità in piena era digitale, il sociologo molisano afferma che “finché il lavoro consisteva prevalentemente nella fatica fisica, la gente doveva essere costretta a lavorare, altrimenti, lasciata a se stessa, si asteneva. Una delle tante coercizioni era di tipo psicologico: consisteva nell’avvalorare il pregiudizio che oziare sia peccato. Chi ozia ruba perché sottrae fatica fisica al datore di lavoro e alla società. Chi ozia pecca e, fino a prova contraria, si abbandona ai vizi.
Chi ozia non si riscatta dal peccato originale e, quindi, finirà all’inferno”; per cui l’alternativa è far propria l’idea che “l’ozio che arricchisce è quello ricco di stimoli ideativi e di interdisciplinarietà. […] Gli spunti vengono proprio dall’ibridazione di mondi diversi. Così, per il lavoratore intellettuale, anche andare al cinema, al teatro, in vacanza non è più una perdita di tempo, ma uno stimolo ad intuire delle cose, a capirne delle altre”. In definitiva, se le attività legate al riposo e allo svago vengono riscattate dal ruolo di interruzione ludica e ritemprante della vita produttiva e si propongono come azioni volontarie e necessarie, non imposte ma scelte, non prive di significato ma capaci di dare consistenza e valore alla propria esistenza, il progetto del relax, la forma dei luoghi dedicati all’ozio, così come erano per la civiltà romana le ville, non può essere il disegno dello svago fine a sé stesso, quanto piuttosto la definizione dei luoghi in cui l’uomo è in grado di progettare – e di mostrare agli altri – il senso più profondo del proprio essere nel mondo. Gli stessi “luoghi virtuali” della contemporaneità, attraverso i quali l’uomo comunica con gli altri, non rappresentano soltanto l’evoluzione del telefono o della posta, quanto piuttosto incarnano, senza materia ma nei contenuti, i sensi di spazi dove confrontarsi, dove rappresentarsi, dove mostrarsi e incontrarsi. Attraverso i social network si esprimono le proprie idee, sensazioni, sentimenti, emozioni e i tempi di riposo diventano momenti di comunicazione e interazione; pur nella contraddizione che lo stesso strumento – il computer, il palmare o il telefonino – è indifferentemente usato sia per il lavoro che per lo svago e che quindi non esiste più una effettiva discontinuità tra i diversi momenti della vita. La vera differenza risiede nella trasportabilità di tali strumenti e nella mobilità che deriva dalla loro insita atopicità, per la quale le relazioni che innescano con lo spazio in cui vengono usati, con i luoghi scelti per le diverse attività, dipendono solo dalla volontà e dalle decisioni del fruitore e non dalle potenzialità del mezzo. Questo comporta una riflessione sul rapporto fra pubblico e privato in relazione ai luoghi deputati al lavoro e al riposo: nella cultura romana i luoghi dell’otium non sono i luoghi pubblici, le stesse terme, che nell’attualità sarebbero catalogate tra gli ambienti destinati allo svago o al riposo, erano ambienti propri del negotium, dove discutere gli affari, dove praticare la politica e svolgere il proprio ruolo pubblico; al contrario della dimora, della domus – origine e forma dello spazio urbano – o ancor più della villa – misura e idealizzazione della natura e del paesaggio –, che erano spazi disegnati sulle proprie esperienze, abitudini e memorie, luoghi dell’otium capaci di esprimere la propria personalità, conoscenza e creatività.
L’analogia con gli spazi virtuali, con la propria home page di un sito internet o di un blog è proponibile in quanto spazio (virtuale) privato ma aperto agli altri, con il quale mostrarsi non per la propria capacità di incidere materialmente sulla realtà, quanto di divulgare le proprie riflessioni e idee. Trasformare questo nella sostanza della metropoli contemporanea, nella forma degli spazi del relax o della collettività, significa cominciare a porre, al centro delle trasformazioni urbane, i luoghi di aggregazione e di incontro, di svago e di divulgazione della cultura. Luoghi instabili e ancora informi ma certamente ragione e fine del bisogno di costruire i contemporanei luoghi da abitare. Il progetto del relax è quindi, sempre più, la costruzione della conoscenza, dell’arricchimento spirituale e culturale. Dividere banalmente le azioni da svolgere nel tempo libero in sportive, ricreative, ludiche, curative o culturali è limitativo, in quanto tutte appartengono alla vita contemplativa, intesa come riflessione e arricchimento, vero nutrimento per l’esistenza. Il tempo libero, il relax, è il tempo dell’apprendimento, dell’approfondimento, e non va infatti dimenticato che lo stesso termine “scuola”, che per molti giovani è certamente considerata una forma di “lavoro” imposto ed obbligatorio, deriva dal greco scholeion, e cioè da schole che significa “tempo libero”, “riposo” del tutto confrontabile con il concetto latino di otium. Evidentemente la società contemporanea deve recuperare, per capire davvero cosa significhi riposare, l’idea dell’apprendimento non solo come arricchimento della conoscenza ma anche come godimento fisico e psicologico.
Così come Cicerone suggeriva al cittadino romano di dedicarsi alla “nobile indolenza”, all’otium cum dignitate, così oggi possiamo affermare, ribaltando ironicamente un famoso detto popolare, che è il riposo a nobilitare l’uomo e che è dal riposo che si deve cominciare a disegnare l’habitat dell’uomo, a partire dal privato fino alle sue contaminazioni con lo spazio pubblico, attribuendo al lavoro, e al disegno funzionale e utilitario del territorio, solo il ruolo di soddisfacimento dei bisogni primari. Progettare l’otium significa dare forma alla creatività dell’uomo, affinché permanga, impresso nel tempo, un segno significante della sua presenza.

Paolo Giardiello, (Napoli, 1961), architetto, laureato nel 1987, PHD in Arredamento ed Architettura degli Interni. Dal 1999 al 2002 è professore a contratto di Architettura degli Interni presso la Facoltà di Architettura dell‘Università degli Studi di Napoli Federico II. Dal 2001 è professore associato di Architettura degli Interni presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Svolge attività di ricerca e ha pubblicato numerosi volumi e saggi sia in Italia che all’estero. Tra i più recenti Architettura contemporanea in Brasile, 2006; EMBT 1997/2007 10 anni di architetture Miralles Tagliabue, 2008; Smallnes. Abitare al minimo, 2009.

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