area 114 | São Paulo

Lo studio Campana deve la sua notorietà al design d’arredamento e alla creazione di oggetti originali ed unici. Ormai i suoi lavori si sviluppano in vari ambiti e si rivolgono a un pubblico diversificato. Fernando e Humberto sono richiesti da istituzioni d’arte e da imprese e fin dal loro esordio hanno instaurato ottimi rapporti di collaborazione con gli artigiani brasiliani. Questo dialogo fluido tra progetti di natura e dimensioni diverse è una delle chiavi per comprendere le creazioni dei fratelli Campana. Grazie alla loro capacità di interpretare l’essenza di un marchio, di giocare con le sue origini, e inoltre per il loro inesauribile senso dell’avventura i fratelli Campana sono stati frequentemente chiamati a reinventare l’identità di marchi internazionali. Nel campo dell’architettura degli interni hanno reinventato i negozi Camper di Berlino (2006), Barcellona (2007), Firenze (2008), Londra (2008), New York (2010) e Saragoza (2007). Attualmente stanno riprogettando il Café Hauteurs del Musée D’Orsay di Parigi, che aprirà nel 2011, ed esplorando nuove soluzioni per l’ex “Olympic Hotel” di Atene, primo progetto d’albergo firmato Campana. In Brasile la ristrutturazione del café bar del Teatro Municipale di San Paolo è in attesa di sponsorizzazione mentre sono in fase di sviluppo sia progetti residenziali che paesaggistici sempre nel capoluogo paulista.

Laura Andreini: Questo numero di area è interamente dedicato alla città di São Paulo. Potreste descrivere come la città e la sua cultura multietnica influiscono sulla vostra attività?
Fernando Campana: Tutto il nostro lavoro è il prodotto, la sintesi della città di San Paolo, un luogo paradossale, dotato di una estetica priva di estetica. Ho viaggiato in tutto il mondo ma rispetto a tante città che ho visitato, in Europa o in Asia, San Paolo ha una capacità di autogestione e di autodistruzione incredibile perché ha una vita propria. Le città come New York, Parigi vengono curate regolarmente, si potano gli alberi, si pianificano lavori di riassetto urbano, mentre San Paolo va avanti in maniera autonoma, vive una sua essenza, magari brutta, ma che possiede una propria bellezza; come dice Caetano Veloso nella canzone Sampa è “o avesso do avesso do avesso do avesso”, cioè il contrario del contrario del contrario del contrario. È un luogo incredibile nel quale ci sono molte zone morte e degradate che improvvisamente si rivitalizzano per poi nell’arco di sei mesi autodistruggersi di nuovo, senza nessuna autostima. Però è una città viva. Chiunque venga a San Paolo percepisce la sua grande vitalità, la forza di una città che esiste per se stessa, non ha bisogno della moda, delle industrie, ma è totalmente priva di poesia; non è come Rio de Janeiro, Roma o Napoli che sono città per poeti, per musicisti. A Rio per esempio ci si può sdraiare sulla spiaggia e tutto è già lì intorno a te, mentre a San Paolo è necessario guardare in ogni angolo poiché manca di qualsiasi tipo di estetica. Anche il tessuto della città, della rete urbana, è orribile, è una mescolanza di San Paolo e Caracas privo di vie e spazi, solo palazzi incollati gli uni agli altri. San Paolo fa capire e non fa capire in una sorta di antagonismo costante. La storia di San Paolo e di tutto il Brasile influisce al 100% sul lavoro mio e di Humberto. La nostra è una cultura “sporca” che è stata scarsamente riconosciuta. San Paolo rappresenta una sintesi delle molteplici culture che compongono il Brasile e che si potenziano grazie agli influssi portati dagli immigrati provenienti dall’Europa, dall’Asia e dagli stessi emigranti brasiliani. Credo che la prima persona che abbia visto il Brasile come un coacervo di razze diverse sia stata Lina Bo che fondò il Museu de Arte insieme a suo marito Pietro Maria Bardi. Se pensiamo alle città dell’America Latina, del Perù, della Bolivia, del Cile, ritroviamo una tipologia urbana univoca, che le accomuna almeno in parte, mentre San Paolo non può essere definita né una città orientale né occidentale. Ci sono moltissimi libanesi, giapponesi, palestinesi che convivono con ebrei. Il problema in Brasile non è mai stato la religione bensì il dislivello economico e sociale. Non è importante il credo religioso, il fatto di essere cattolici, protestanti o ebrei perché le persone si mescolano, si “sporcano” nel senso buono che questo termine nasconde in sé. Quello che noi cerchiamo di fare è un ritratto di questa situazione prendendo ad esempio quello che vedeva Lina Bo Bardi: una mescolanza di indiani, africani,  portoghesi e contadini brasiliani. Nel nostro lavoro abbiamo sempre cercato di recuperare gli oggetti semplici, usati anche nelle campagne, trasformandoli e nobilitandoli in modo da far conoscere la cultura indio o afro che troppo spesso è stata motivo di vergogna per i brasiliani. Per molti anni il Brasile si è assoggettato completamente alle esigenze degli Stati Uniti “quello che è buono per gli USA è buono anche per il Brasile” questo era il motto della dittatura militare degli anni Sessanta. Sono stati i personaggi come Lina Bo Bardi ad insegnare il Brasile ai brasiliani; imparare a non voler apparire tedesco o francese, e credo che questo modo di approcciarsi alle cose abbia attratto l’attenzione delle aziende italiane come Edra o Alessi. La difficoltà sta nel superare il limite del cliché nazionalista senza rischiare di cadere nel regionalismo e nel kitsch. Lavorare con materiale povero dandogli una seconda vita, nobilitata; una operazione che era stata iniziata da Lina Bo Bardi nel museo di arte moderna dove esponeva sia oggetti di design scandinavo che oggetti anonimi, di uso quotidiano, presi dalla strada.
L.A.: La tradizione artigianale brasiliana che caratterizza il vostro lavoro come riesce a conciliarsi con le esigenze internazionali del mondo industriale?
F.C.: Quando abbiamo iniziato ad essere pubblicati sulle riviste italiane ricordo che Marco Romanelli di Domus disse che i nostri oggetti avevano un’anima fortissima che però doveva essere trasferita alla produzione industriale. Credo che con la manualità siamo riusciti a effettuare questo passaggio; ad esempio con Vermelha, la sedia  prodotta da Edra, che è un oggetto industrializzato però fatto uno ad uno, ogni pezzo è diverso dall’altro e ognuno è composto da circa 450/500 metri di corda.
In quel caso convincemmo Massimo Morozzi di Edra ad applicare lo stesso procedimento utilizzato per le sedute di midollino però con la libertà e la spontaneità di un materiale popolare come la corda. In Brasile, che è il paese dell’artigianato, nessuno volle produrre Vermelha invece in Italia trovammo immediatamente una azienda disposta a realizzare il progetto; tutto dipende dalla curiosità, dalla volontà di correre qualche rischio e soprattutto dal sapere vedere in anticipo il nuovo.
L.A.: La precedente attività di Humberto in un laboratorio artigianale ha influenzato il futuro di entrambi. Nonostante che fosse laureato in legge…
F.C.: Io sono laureato in architettura mentre Humberto (che ha 8 anni più di me) scelse la facoltà di legge perché durante gli anni della dittatura militare (1964-1985) essere un architetto o un artista era considerato contro il regime. Niemeyer era comunista, Lina Bo Bardi era comunista. Quando tra il 1968 e il 1978 Humberto dovette scegliere la facoltà universitaria si orientò verso legge proprio perché la rosa di possibilità professionali si limitava a medico, militare, avvocato, professore di religione ma non certo di filosofia, una materia considerata troppo comunista.
La censura che veniva effettuata nel Brasile di quegli anni era davvero divertentissima; ad esempio io ho visto due capolavori della cinematografia  come “Salò” di Pasolini e “Arancia Meccanica” di Kubrick, con le scene di nudo censurate da fasce nere. Siamo nati in campagna nei pressi di un paese di 10.000 abitanti, in una fattoria dove giocavamo con gli oggetti trovati casualmente e credo che tanti dei nostri progetti abbiano preso spunto da lì;  per esempio il mobile contenitore Cabana (una struttura metallica ricoperta da lunghe strisce di rafia), o la sedia Favela sono la derivazione dei nostri giochi nel cortile di casa. A quei tempi non avevamo la televisione ma andavamo spesso al cinema dove ho visto tutto il neorealismo italiano, “2001 Odissea nello spazio”; una volta rientrato a casa correvo in cortile per provare a ricostruire le astronavi e i caschi utilizzando legno e bambù; Humberto invece costruiva case sugli alberi e provava a fare dei recinti per le galline per creare un giardino zoologico. In seguito ci siamo trasferiti a San Paolo per frequentare l’università ma non abbiamo mai dimenticato le nostre radici, il legame con la campagna, con la terra, con l’eredità di nostro padre che era agronomo. I nonni erano arrivati dall’Italia per coltivare il caffè e avevamo una fattoria grande quasi quanto uno stato.
Anche quando sono in Italia cerco sempre di andare lontano dalle grandi città, in Versilia per esempio, a Torre del Lago, a Pietrasanta. Frequento spesso la Toscana dove a Firenze abbiamo progettato il negozio della Camper nei pressi del Ponte Vecchio. Amo moltissimo questa regione, che mi ricorda il mio paese con i suoi panorami di campagne e colline che mi danno particolare ispirazione e che sento vicini al mio immaginario. Io non amo particolarmente il mare che contrariamente a quanto si può credere mi dà una sensazione di limitazione, se vado a Rio de Janeiro, ad esempio, mi trattengo il minimo indispensabile.
L.A.: Quando pensate a un nuovo oggetto di design lavorate più sull’idea astratta o sulla sua funzione?
F.C.: La prima ispirazione arriva sempre dal materiale, poi subentra la forma e infine la funzione. È il contrario di tutte le altre regole. La funzionalità è una matematica che si può imparare nel corso di tutta la vita, ma la poesia e l’estetica sono la base dell’idea e bisogna congelarle sempre sotto forma di un prototipo. Non facciamo schizzi o disegni tecnici che invece vengono realizzati in seguito per spiegare nel dettaglio il progetto. Però l’aspetto materico è quello più  importante. I materiali indicano cosa diventerà un oggetto: una sedia, un tavolo etc. Avviene una specie di esperienza sensoriale nel provare i materiali, nel toccarli, sapere le loro limitazioni, le capacità e scegliere se rispettare il loro DNA oppure cambiarlo. Una canna per innaffiare può diventare una sedia, ma si tratta di un cambiamento d’uso che può rischiare di risultare kitsch.
L.A.: Come nasce l’idea di un oggetto? Scaturisce dal confronto tra di voi e i vostri collaboratori?
F.C.: Humberto è più intuitivo, riesce a convincersi di un’idea in maniera completamente spontanea, è un dono che ha da sempre. Invece la mia formazione da architetto ha creato qualche deformazione. Nel 1987 ho lavorato per la Biennale di Architettura di São Paulo, e ho conosciuto un periodo di grandi movimenti culturali: la transavanguardia, il postmodernismo. Questo non significa che Humberto non abbia una sua formazione però, non avendo vissuto queste influenze culturali, ha conservato un punto di vista completamente puro. Le sue idee vengono di getto, non risultano condizionate, mentre io effettuo una sorta di lapidazione delle sue folgorazioni. Non c’è una regola, un percorso metodico definito, però nell’80% delle volte è Humberto che ha le intuizioni, spesso durante i sogni. Tra di noi c’è sempre stata una relazione molto intensa, sia da un punto di vista lavorativo che umano, siamo amici, frequentiamo le stesse persone, andiamo in vacanza insieme, condividiamo quasi tutto. Per cui è impossibile affermare che un progetto è al 100% mio o di Humberto, poiché è sempre il frutto di uno scambio reciproco. Solo in un secondo momento i nostri collaboratori traducono in pratica le nostre idee; sia gli architetti che gli artigiani che lavorano con noi hanno un’elevatissima sensibilità ed hanno ormai acquisito i canoni della nostra estetica, un elemento fondamentale nel nostro lavoro. Abbiamo avuto la fortuna di riunire un gruppo di 12 persone, che hanno il talento di capirci e di interpretare i nostri progetti.
L.A.: Il vostro studio si occupa anche di progettazione di interni privati e negozi.
F.C.: Dopo ben 32 anni dal conseguimento della laurea in architettura ho iniziato progettare case e interni, perché fino ad allora mi ero occupato solo di arredo, una scala progettuale completamente diversa. Negli anni immediatamente successivi alla laurea percepivo nella città di San Paolo una grande brutalità, una sensazione che mi impediva ogni approccio all’architettura intesa come elemento permanente e inamovibile, in perpetuo scontro con gli oggetti che viceversa possedevano la grande potenzialità di poter essere perennemente modificati e alterati. Adesso che la mia conoscenza della città si è approfondita notevolmente sono pronto a progettare qualcosa per San Paolo. In questo periodo con Humberto ci siamo avvicinati alla progettazione dei giardini, che per noi rappresenta una specie di rinascita, di ritorno alle origini. Attualmente ci occupiamo di giardini soprattutto insieme ai progetti architettonici che ci vengono commissionati. Al momento stiamo progettando una villa a San Paolo per un cliente italiano, amministratore delegato dell’agenzia pubblicitaria JWT (J. Walter Thompson), per il quale stiamo anche realizzando i giardini per la sede della società in centro.
L.A.: Questi progetti non sono molto conosciuti in italia.
F.C.: No, quelli più noti sono l’“Olympic Hotel” ad Atene, i negozi Camper e il Café de l’Holoroge al Musée d’Orsay di Parigi. Il progetto Camper Together con Hella Jongerius è stato riproposto da Camper in cinque negozi diversi.
L.A.: Anche nel design di questi negozi è evidente la vostra particolare sensibilità per i materiali poveri, naturali, riciclati.
F.C.: Cerchiamo di riproporre in forma architettonica le caratteristiche dei nostri arredi. Riutilizzando materiali che sono stati fabbricati per un uso diverso, oppure lavorando direttamente con materiali riciclati.
L.A.: Ideare un prodotto per il mercato brasiliano è diverso rispetto ad uno per il mercato internazionale, per un’azienda europea ad esempio?
F.C.: Purtroppo in Brasile non c’è ancora un grosso mercato per i nostri prodotti. Sembra incredibile ma i nostri lavori hanno più diffusione in Italia. Tra un Campana fatto in Brasile e uno fatto in Italia i brasiliani acquistano il secondo magari perché è stato presentato al Salone del Mobile. Oggi è un po’ diverso ma fino a due anni fa in Brasile nessuno si fidava del nostro lavoro poiché eravamo considerati artisti, non progettisti o architetti.
L.A.: State lavorando a nuovi progetti ad esempio per il Salone del Mobile?
F.C.: Stiamo lavorando per alcune aziende italiane per il prossimo Salone del Mobile, ma al momento non posso anticipare niente. Per prima cosa facciamo delle prove di progettazione costruendo dei prototipi in studio, dopodiché li utilizziamo per Alessi, per Edra, per i negozi. In altri casi andiamo in loco in azienda per una settimana e lavoriamo con le tecniche operaie e le metodologie di lavoro proprie dell’azienda stessa. Abbiamo imparato molto lavorando in Italia, dove vige un approccio metodologico al lavoro ben preciso, e una cura e un’attenzione al dettaglio come in nessun altro paese.
L.A.: La vostra esperienza ha spinto altri giovani designers a percorrere la vostra strada?
F.C.: Un giovane designer che ammiro molto è Rodrigo Almeida che tra l’altro è stato un mio allievo, una persona molto umile che sta cercando di trovare un proprio linguaggio, libero dai riferimenti ai prodotti dei fratelli Campana. Come in passato abbiamo imparato molto da Lina Bo Bardi, adesso siamo noi a insegnare ad altri brasiliani a promuovere la potenzialità artistica del nostro pease.

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