Interruttori e prese sono dettagli discreti, eppure essenziali nel definire la qualità di uno spazio e l’esperienza di chi lo abita. Per BTicino progettarli significa mettere in relazione estetica, tecnologia e architettura, ripensando forme, materiali e modalità d’interazione. Un approccio che supera i confini del singolo prodotto per interpretare le trasformazioni dell’abitare, in un equilibrio tra presenza e integrazione, innovazione e identità. Ne parliamo con Valeria Stevenazzi, BTicino Design Lead | Legrand Group.
Quando in BTicino si progetta un dispositivo, si parte dal prodotto o dallo spazio in cui vivrà? Come cambia il vostro punto di vista?
Partiamo dalla relazione tra il nostro prodotto e lo spazio in cui vive. Un dispositivo non è mai un oggetto neutro: si inserisce in una parete, dialoga con l’architettura e accompagna i gesti quotidiani. È proprio da questa relazione che nasce l’approccio al design di BTicino, parte integrante della cultura aziendale e del DNA del marchio, che nel tempo ha contribuito a trasformare una categoria di prodotti tradizionalmente considerati tecnici in elementi capaci di dialogare con l’architettura e con il modo di vivere gli spazi.
Osserviamo come cambiano gli ambienti, i modi di abitare e le aspettative delle persone, traducendo queste evoluzioni in prodotti che sappiano interpretarle e, allo stesso tempo, esprimere l’identità di BTicino. È un lavoro che richiede anche una conoscenza profonda di ciò che sta dietro ogni oggetto: funzioni, componenti, norme, installazione e processi industriali. Il nostro punto di vista si muove continuamente dalla scala dell’ambiente a quella del dettaglio. La qualità del progetto nasce quando queste due dimensioni si incontrano in una forma coerente, capace di innovare senza perdere il legame con l’identità del marchio.

Spesso interruttori e prese sono gli elementi che le persone notano meno, eppure toccano ogni giorno. Come si progetta qualcosa che deve essere allo stesso tempo discreto e protagonista?
È un equilibrio molto sottile. Un comando deve integrarsi nello spazio senza imporsi, ma nel momento in cui viene utilizzato deve essere immediatamente riconoscibile, preciso e gratificante nell’interazione. Può essere discreto visivamente e, allo stesso tempo, protagonista dell’esperienza.
Lavoriamo su proporzioni, spessori, superfici, esperienza d’uso e qualità del gesto. Sono dettagli che spesso non vengono letti consapevolmente, ma determinano la percezione complessiva. Per noi il buon design non deve necessariamente chiedere attenzione: deve restituire qualità ogni volta che viene incontrato e toccato.
Come dialogate con architetti e interior designer? Cosa chiedono oggi rispetto a dieci anni fa?
Il dialogo con architetti e interior designer ci aiuta a leggere come cambiano i linguaggi dell’abitare, i materiali e il rapporto tra tecnologia e architettura. Noi mettiamo a disposizione la conoscenza del sistema, delle prestazioni e delle possibilità industriali, cercando di trasformare esigenze diverse in soluzioni concrete che migliorano la vita delle persone e aumentano la qualità degli spazi progettati.
Oggi la richiesta è più articolata rispetto al passato. Non basta più scegliere una forma o una finitura: si cercano coerenza con l’intero progetto, maggiore libertà compositiva, integrazione tecnologica e una presenza capace di essere calibrate all’interno di uno spazio progettato. Il dispositivo può quasi scomparire oppure diventare un segno intenzionale, ma deve sempre dialogare con il progetto d’interni. Questo richiede una visione che vada oltre il singolo oggetto. La nostra esperienza nel design ci permette di lavorare proprio su questa relazione: tenere insieme identità del prodotto, esigenze dell’architettura, prestazioni e fattibilità industriale. Non proponiamo soltanto una scelta estetica, ma una soluzione progettata per funzionare all’interno di un sistema più ampio.
Che ruolo hanno materiali, finiture e colori nel far "sparire" o "emergere" un dispositivo in un ambiente?
Hanno un ruolo decisivo, perché modificano il modo in cui il prodotto reagisce alla luce e si mette in relazione con le superfici circostanti. Una finitura opaca può assorbire la luce e rendere la presenza più silenziosa; una superficie riflettente, una texture o un contrasto cromatico possono invece darle profondità e carattere. Ma non lavoriamo mai su materiale, colore e finitura come elementi decorativi separati. Devono essere coerenti con la forma, con il gesto, con la durata e l’identità strategica del prodotto. La scelta non riguarda semplicemente il farlo sparire o emergere, ma decidere quale relazione debba costruire con quello specifico ambiente.

Se dovesse scegliere una collezione o un dispositivo che racconta meglio il vostro approccio, quale sarebbe e perché?
Sceglierei Living Now, perché rappresenta un caso paradigmatico del processo di innovazione di BTicino. È un progetto di rottura in ogni sua dimensione: nella forma, nell’estetica, nella tecnologia e nell’esperienza d’uso. Esprime pienamente il DNA dell’azienda e rompe lo schema tradizionale del rapporto tra placca e funzione, trasformando l’intera superficie in un’interfaccia continua, essenziale e intuitiva. Living Now racconta bene il nostro modo di trasformare la complessità in un’esperienza chiara. Dietro un segno molto essenziale convivono funzioni diverse, tecnologia, modularità e una grande attenzione al gesto. Il comando mantiene una presenza architettonica precisa, ma non invade lo spazio.
Living Now InWall ne è un esempio concreto: il prodotto si integra fino quasi a scomparire nell’architettura, ma proprio questa apparente assenza introduce un dettaglio progettuale importante. La complanarità con la parete, la precisione delle proporzioni e la continuità delle superfici trasformano un elemento tecnico in parte integrante del progetto.
Un consiglio pratico per chi sta ristrutturando o progettando uno spazio: a cosa non bisognerebbe rinunciare quando si sceglie la parte "invisibile" dell'abitare?
Non rinuncerei alla coerenza tra ciò che si vede e ciò che rende possibile il funzionamento dello spazio. La parte “invisibile” non è secondaria: determina la qualità dei gesti quotidiani, la flessibilità futura e la capacità dell’ambiente di evolvere nel tempo.
Consiglierei di non scegliere soltanto sulla base dell’aspetto o della convenienza economica, ma di considerare insieme qualità del sistema, installazione, affidabilità, possibilità di aggiornamento e relazione con l’architettura. Sono decisioni che si prendono poche volte, ma che si incontrano ogni giorno. Il vero valore sta nella capacità di durare, adattarsi e continuare a sembrare naturale nello spazio.




