area 121 | industrial building

AEG’s Turbine factory, Alfeld on the Leine,  by Peter Behrens,  1908-1909 - photo by Roland Halbe

Epopea dell’edificio industriale: dalla filanda al museo.
Secondo il Dizionario enciclopedico di architettura e urbanistica diretto da Paolo Portoghesi per architettura industriale “si intende (…) la tipologia architettonica riguardante quegli edifici destinati
a “contenere” un impianto di produzione (...).”
Si tratta di manufatti edilizi realizzati per racchiudere aree di lavoro, pertanto pensati in funzione della logistica e delle esigenze produttive, dove il tema dell’abitare e dell’abitabilità dello spazio e della fruibilità delle condizioni ambientali dei lavoratori non è, purtroppo, sempre centrale rispetto al progetto più spesso condizionato dalle esigenze delle macchine cui l’edificio deve consentire il funzionamento. Analogamente, salvo rari casi degni nota, la fabbrica, forte della sua necessità, si mostra, indifferente rispetto al paesaggio e, nonostante le dimensioni sovente gigantesche della propria struttura volumetrica, incapace di costruirne di nuovi; complessi che nella maggior parte dei casi palesano l’anonimato più deludente e squalificante per l’ambiente circostante, se non addirittura una minaccia per effetto delle emissioni e l’utilizzo delle risorse naturali. Viceversa proprio per l’impatto territoriale e geografico che l’architettura industriale mette in scena, questi edifici, scrigno di cultura tecnologica e costruttiva, esempi del grado di sviluppo di un paese quanto dell’intera società di cui sono parte integrante nel ciclo dei consumi e quindi dei costumi, dovrebbero essere progettati con una cura e un’attenzione superiore a qualsiasi altro manufatto consci del proprio ruolo e della potenza di condizionamento che esercitano sul contesto.
Tuttavia va sottolineato come, rispetto ad altre tipologie edilizie, l’edificio industriale possa contare su una storia e una tradizione relativamente recente; si tratta di “costruzioni” che si sviluppano con la rivoluzione industriale e che contano poco più di tre secoli nei paesi più avanzati, recentissime, l’inizio del secolo scorso, nei paesi con una più longeva struttura economica incentrata sull’agricoltura e il lavoro nei campi. Conseguentemente un’attenta riflessione ed evoluzione sull’idea di fabbrica
deve essere portata ancora a compimento e, probabilmente, se compresa nella sua dimensione d’interazione con il paesaggio, produrre effetti di estremo interesse in relazione al territorio
che la accoglie. Non si tratta di affidare a questi manufatti la visione ingenua e totalizzante offerta, particolarmente in Italia all’inizio del secolo scorso, con l’esperienza del futurismo. Anche se, giova ricordarlo, alcune sperimentazioni costruttive e formali nella realizzazione di queste “speciali opere”, sognate da Chiattone e Sant’Elia e portate a compimento dall’Ingegnere Mattè Trucco nel 1922 con l’esempio della Fabbrica Fiat al Lingotto di Torino, costituiscono esempi fondamentali che vanno a condizionare l’intera produzione architettonica del tempo. L’edificio industriale d’altronde, come dimostra il caso della fabbrica dell’AEG progettata da Peter Behrens tra il 1909 e il 1911 a Berlino o dell’Opificio Fagus ad Alfeld an der Leine, in Germania, progettato da Walter Gropius e Hannes Meyer in quegli stessi anni, aveva già rappresentato compiutamente il proprio potere demiurgico e mediatico divenendo icona del moderno e di quell’estetica/etica del funzionamento che guida e conquista completamente le ipotesi teoriche e pratiche delle avanguardie storiche.
Purtroppo quell’eroica e perduta visione del lavoro e del capitalismo, cui fanno seguito pochissimi esempi d’eccezione, come la sede della Johnson Wax a Racine di Frank Lloyd Wright del 1936 (si tratta però del corpo uffici e non della fabbrica vera e propria), o più compiutamente la straordinaria esperienza di Adriano Olivetti e del suo omonimo e articolato complesso industriale di Ivrea, in cui operarono, attraverso progetti-manifesto, le menti più lucide e fervide del periodo che va dagli anni ’20 al dopoguerra, non realizza quegli auspicati effetti generali sulla costruzione dell’edificio per il lavoro che nella maggioranza dei casi subisce le logiche economiche e pauperistiche di “strumento” per il lavoro, producendo, e siamo all’attualità, una moltitudine di anonimi contenitori, definiti appunto “capannoni”; volumi dispersi sul territorio in modo utilitaristico e privo di qualsiasi riferimento o considerazione architettonica. In effetti -ed è questo l’aspetto più preoccupante- l’edificio per il lavoro subisce in ogni luogo lo stesso destino che subisce l’idea stessa di lavoro e di lavoratore poiché quando a questi ultimi viene negato lo status di persona, e quindi l’idea di abitare e di un’esistenza incentrata sulla necessità e dignità del lavoro uniformando ogni attività umana alla logica utilitaristica del puro strumento per la produzione dei beni, analogamente l’edificio che li accoglie cessa di essere un luogo abitabile, un’architettura, per diventare un semplice carter di protezione dagli agenti atmosferici delle macchine e dei processi produttivi in esso contenuti. I muri “smettono” di essere muri sostituiti da pannelli in calcestruzzo, le finestre scompaiono e con esse il rapporto con l’esterno, i tetti divengono semplici coperture di un involucro di cui è percepibile solo il volume e non la forma, la struttura un componente standardizzato che si acquista in “scatola di montaggio”. Conseguentemente la fabbrica perde lo status di “opificio” e con esso quella iniziale ma ammirata ingenuità che oggi riconosciamo alle studiate e protette “archeologie industriali”. Edifici che mantenevano la loro dicotomia tra l’immagine esterna del “palazzo”, caratterizzato spesso da un povero ma dignitoso paramento ammattonato, e lo spazio interno attraversato da strutture tipicamente “nuove”, con grandi luci ottenute mediante l’uso di materiali leggeri come la ghisa per le colonne o l’acciaio per le travature composte giuntate tramite chiodatura; profili che altro non sono se non la trasposizione di ciò che Gustav Eiffel mostrò, come possibile, con la sua costruzione simbolo per l’Esposizione Universale del 1889. Lo spazio interno nella “fabbrica moderna” assume, grazie all’impiego di queste nuove tecnologie costruttive, dimensioni inusuali e dilatate rispetto ad altre tipologie edilizie realizzando spazi che consentivano una massima libertà di gestione, organizzazione e distribuzione delle macchine permettendo quindi una più ampia ottimizzazione del ciclo produttivo e della logistica di produzione. Si tratta di una fase pionieristica che assume una propria espressione formale, una propria identità e un proprio potenziale comunicativo segnato dalla macchina a vapore e con esso dalla presenza delle ciminiere. Attualmente quelle fabbriche costruite nella prima fase dello sviluppo industriale nelle immediate vicinanze della città, non lontane dalle zone più tipicamente residenziali, a seguito dell’impetuosa crescita urbana del secondo dopoguerra, a partire dagli anni settanta/ottanta del XX secolo, realizzano un fenomeno significativo e ineluttabile nella storia dei manufatti produttivi, cui è imposta, funzionalmente, la riconversione e la rigenerazione architettonica. La quasi totalità dei complessi industriali insediati ai margini urbani nella prima metà del novecento sono sopraffatti dallo sviluppo delle città che inglobandoli ne trasformano immediatamente le condizioni d’uso rendendo, le originali, incongrue e incompatibili rispetto al tessuto circostante. Conseguentemente il fabbricato industriale diviene edificio storico di seconda generazione e si trasforma in luoghi e complessi destinati a funzioni diversificate compatibili con le grandi dimensioni; centri espositivi, musei, scuole, palestre, spazi commerciali e altre attività quando l’immagine architettonica mantiene la memoria del lavoro e della società di un tempo, destinati alla demolizione quando il manufatto, concepito nella seconda fase del suo sviluppo storico-tipologico, non presenta nessuna delle caratteristiche edilizie sopraricordate per aderire all’idea indifferente e anonima della scatola, del semplice contenitore. Purtroppo in questa seconda fase che potremmo definire post-industriale, l’edificio per la produzione, espulso dalla città, si disperde nel territorio o viene “recluso” in confinate aree industriali dove è possibile perpetrare ipotesi costruttive a basso costo ma, con la povertà dell’investimento architettonico in termini non solo economici ma soprattutto culturali, ad altissimo impatto ambientale. Tale condizione, nella fase attuale, modifica ulteriormente l’edificio industriale dal punto di vista tipologico e morfologico portando alla realizzazione di complessi industriali di terza e quarta generazione che, coerentemente con le necessità imposte da una condizione sociale e di mercato dominata dal potere dell’informazione, ricercano nell’immagine architettonica l’opportunità per comunicare all’esterno un’auspicata qualità che si estende dal prodotto ai luoghi di produzione. Ovviamente tale fenomeno, fortunatamente per il paesaggio e per l’ambiente, si mostra in rapidissima espansione coinvolgendo da prima quei settori a più alto valore aggiunto come la moda, il settore dell’industrial design, o della produzione agroalimentare -sono famose e celebrate le nuove cantine progettate dalle archistars internazionali- fino a raggiungere adesso anche l’industria metalmeccanica, in primis le case automobilistiche impegnate in una colossale opera di persuasione della clientela rispetto ai temi della tutela dell’ambiente e della sostenibilità. Questa forma di pubblicità e comunicazione indiretta è finalizzata a persuadere il cliente della raggiunta qualità totale perseguita dall’azienda, non solo in termini di prodotto, ma anche e soprattutto di ciclo produttivo e condizioni di lavoro; condizioni che sempre più spesso sono mostrate con orgoglio attraverso il progressivo fenomeno delle visite e quindi, implicitamente, dei controlli della clientela anche delle aree produttive. Con tali finalità e obiettivi, sempre più spesso, grandi aziende realizzano nelle immediate vicinanze delle aree di produzione strutture museali per celebrare la storia e il Know-how tecnologico e costruttivo ritenuto elemento indispensabile di ogni “brand” di successo “obbligato” a dichiarare pubblicamente: chi siamo, da dove veniamo, come produciamo. Se con la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo (pensiamo al caso Vitra, Benetton, Ferrari, ecc.) una committenza vigile e attenta decide di assegnare all’edificio di produzione una nuova connotazione di luogo d’invenzione e rappresentazione semantica della propria casa madre, oggi, a pochi anni di distanza dalle prime riuscitissime e fortunate esemplificazioni, si è passati a una vera e propria tendenza che ricerca anche attraverso l’architettura l’affermazione di un modus operandi che vuole segnare un differenziale tangibile tra i prodotti provenienti da un comparto industriale maturo ed efficiente e prodotti provenienti da aree e zone del pianeta ancora in via di sviluppo. La fabbrica contemporanea si caratterizza pertanto quale strumento funzionale all’affermazione del marchio attraverso un’orgogliosa “esibizione” dell’eccezionalità raggiunta nella costruzione del proprio luogo di produzione e delle condizioni di lavoro in cui si realizza un determinato prodotto; è il risultato coerente dell’applicazione di una teoria attraverso la quale l’edificio industriale si manifesta come parte integrante di una più generale strategia di marketing.
Sempre più spesso figure metonimiche e allegoriche disegnano e caratterizzano l’impianto, e in particolare, l’impatto architettonico generatore di nuove fabbriche che fanno della ricerca formale, dell’impiego di materiali naturali ed ecocompatibili, della sperimentazione di tecnologie costruttive in grado di generare e manifestare una produzione architettonica stimolante e creativa, l’espressione più convinta e politically correct del proprio modus operandi.
Molti esempi tratti delle nuove configurazioni dei luoghi di produzione si mostrano come vere e propri spazi della rappresentazione; soffermandosi sulla lettura delle piante e delle sezioni di molte delle più “aggiornate” fabbriche contemporanee gli spazi interni a servizio del ciclo produttivo acquistano sempre più la connotazione di teatri della produzione. Passerelle e balconi panoramici – dove con il panorama ci si riferisce e si celebrano le linee di montaggio e produzione- atri scenografici e sale per i visitatori che spesso sorvolano ampi spazi destinati alle zone di lavoro dove la ricerca incessante per la creazione di un ambiente che offra condizioni ottimali per il benessere dell’uomo si sovrappone alla contemporanea e attuale richiesta di rispondenza alle norme sull’efficienza energetica degli edifici e la loro certificata sostenibilità.
Il lungo nastro rosso costruito all’interno del precedente edificio destinato alla produzione della Nestlè a San Paolo accompagna i visitatori attraverso un articolato percorso sospeso studiato per conoscere e ammirare l’intero ciclo produttivo secondo una rappresentazione scenografica disneyana; sempre rosso il chilometro di rivestimento che la Brembo, attraverso la mano di Jean Nouvel, mostra all’esterno del proprio complesso industriale segnando la propria presenza territoriale sull’autostrada A4 presso Bergamo; gelatinose e vitree le facciate che avvolgono l’antico stabilimento Perfetti Van Melle di Lainate ristrutturato da Archea con l’intento di stabilire una rinnovata armonia tra fabbrica e contesto urbano circostante, solo per citare alcuni casi-studio a conferma di una più generale e convinta evoluzione tipo-morfologica che caratterizza l’edificio industriale contemporaneo. Ovviamente le facciate, le fronti verso l’esterno e il rapporto tra l’interno e il contesto urbano risultano gli elementi più sollecitati in questa vorticosa e repentina opera di “ripensamento”, viceversa, almeno per le zone strettamente produttive, l’assetto planimetrico costruisce un’invariante che difficilmente prescinde dal rettangolo e dall’estrema razionalità dell’involucro che appare costante anche nella sezione che quasi mai, come facilmente intuibile, prescinde dal mono piano anche se di differente altezza. La copertura è nella generalità delle applicazioni sempre più uno strumento di diffusione della luce mentre dal punto di vista costruttivo la ricerca spinge costantemente verso l’allargamento delle campate strutturale e della limitazioni dei sostegni verticali. Tuttavia gli esempi più interessanti ed efficaci prescindono da una marcata distinzione tra zona uffici e zona produttiva tentando una necessaria quanto ricercata integrazione tra pensiero e azione, tra forma e funzione, tra tute blu e colletti bianchi; una divisione ancien regime, classista che male si coniuga con l’espressione di un pervicace raggiungimento della qualità assoluta in tutte le fasi, in tutte le parti, senza distinzioni di sorta.

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