area 124 | new geometries

architect: Shigeru Ban architects

location: Metz, Francia

Mentre mi apprestavo ad iniziare la fase di progettazione, mi sono balzati alla mente due fenomeni recenti, che interessano le gallerie d’arte di oggi; il primo è quello comunemente conosciuto come “effetto Bilbao”, che ha avuto origine in seguito alla realizzazione del museo Guggenheim di Bilbao, in Spagna, progettato da Frank O. Gehry e aperto nel 1998. La strategia adottata, in quel caso, è stata di creare un’architettura scultorea in una città praticamente sconosciuta a livello internazionale, proprio con l’intenzione di farla divenire invece meta turistica; strategia che si è rivelata vincente. Qualcuno sostiene che un’architettura nata da tali presupposti venga indebolita nella sua funzionalità, a discapito di artisti e staff; l’architettura diviene, in questo caso, monumento “personale” e le condizioni sia per chi espone che per il visitatore risultano mediocri.
All’estremo opposto, vi è invece la tendenza a recuperare la vecchia architettura di tipo industriale, per realizzare spazi espositivi le cui condizioni siano ottimali, benché la struttura ospitante in sé risulti anonima; ne sono un esempio la Tate Modern di Londra, e il Dia: Beacon, realizzato nel 2003 nella parte settentrionale di New York per la Dia Art Foundation. Ho preferito tenermi alla larga dagli “estremi”. Ho dunque pensato di realizzare un progetto che tenesse in considerazione le condizioni riservate agli espositori e ai visitatori, ma che avesse anche un certo impatto dal punto di vista architettonico. Per creare ambienti funzionali, ho diviso lo spazio in volumi semplici, in cui la circolazione risultasse chiara. Tali spazi sono stati poi sistemati in maniera tridimensionale, per rendere anche più semplici
e palesi le correlazioni di tipo funzionale.
Le gallerie generiche, che richiedevano lunghezze diverse, sono state realizzate a partire da un modulo largo 15 metri, utilizzato per creare semplici tubi a sezione quadrata che, a loro volta, formano volumi rettangolari profondi 90 m. I tre tubi sono impilati verticalmente e disposti attorno ad una struttura-torre in acciaio, a base esagonale, in cui trovano posto le scale e gli ascensori.
Lo spazio che si viene a creare al di sotto dei tre tubi sfalsati, va a definire la galleria Grand Nef.
Obiettivo primario di questa succursale del Centro Pompidou era di poter esporre al pubblico una maggior quantità di opere (solo il 20% della collezione è infatti esposto a Parigi), e di esporre soprattutto quelle di grandi dimensioni, che non trovano posto nella sede di Parigi a causa dell’altezza ridotta dei soffitti (5.5 m). Proprio a tal fine, il punto più alto del soffitto della Grand Nef raggiunge i 18 metri. Il sito si colloca sul vecchio piazzale di smistamento ferroviario, a sud dell’attuale stazione e isolato dal centro urbano a nord. Al fine di stabilire una qualche relazione con il contesto urbano, le grandi finestre a tutta altezza, poste in fondo alle gallerie, incorniciano vedute sui principali monumenti della città, rendendo l’architettura un tutt’uno con il contesto cittadino. La grande finestra della galleria 3, la più in alto, incornicia la veduta sulla cattedrale, simbolo di Metz; la galleria 2 si affaccia invece sulla stazione centrale. A causa della vicinanza con il confine tedesco e delle tante guerre avvenute in passato, la città è passata più volte dall’essere francese a tedesca e viceversa. La stazione rappresenta dunque una parte importante della città, è un monumento in stile neo-romanico, realizzato nel periodo di occupazione tedesca.
Oltre ai tre tubi in cui si collocano le gallerie, la struttura prevede un volume circolare, in cui è ospitato lo studio per performance artistiche, con ristorante all’ultimo piano, nonché un volume a pianta quadrata in cui si collocano l’auditorium, gli uffici e tutti gli altri locali tecnici. Una struttura lignea esagonale aleggia sopra i diversi volumi, facendone un tutt’uno coeso.
L’esagono è una forma simbolo per la Francia, poiché la stessa forma del paese ricorda una figura a sei lati. La struttura esagonale è inoltre composta da tanti esagoni e da triangoli equilateri e si ispira ai tradizionali cappelli e cesti in bambù intrecciati dell’Asia.Benché si preferisca solitamente formare triangoli per ottenere la rigidezza di piano, dividendo l’intera superficie in triangoli si avrebbero sei elementi in legno che convergono ad ogni intersezione, pertanto i giunti sarebbero estremamente complessi. Creando, al contrario, una “maglia” con esagoni e triangoli, si hanno solo 4 elementi che si intersecano.Per le intersezioni non sono stati utilizzati giunti meccanici metallici poiché la superficie così ottenuta sarebbe stata voluminosa e la lunghezza degli elementi ogni volta diversa, con un conseguente aumento della complessità
e del costo dei giunti stessi. Ogni elemento invece, si sovrappone ad un altro, creando un effetto simile ad un manufatto in bambù intrecciato.L’idea ispiratrice è arrivata osservando un cappello intrecciato tradizionale cinese, trovato in un negozio d’antiquariato a Parigi nel 1999, mentre lavoravo al progetto per il padiglione giapponese per Expo di Hannover. All’epoca mi trovavo a collaborare con Frei Otto al progetto di un padiglione che doveva sembrare un tubo di carta con una struttura gridshell, o guscio strutturale a graticcio; da quando ho visto per la prima volta il progetto di Frei per l’ILEK (Istituto per le strutture leggere, ndt) presso l’Università di Stoccarda, sono sempre stato affascinato dalle tensostrutture a graticcio, mi rimaneva tuttavia qualche dubbio, che è stato spazzato via dalla visione del cappello cinese. I graticci di Frei Otto permettevano di realizzare uno spazio interno tridimensionale molto interessante, con una quantità di materiale ridotta al minimo; il cavo metallico tuttavia rimaneva un elemento lineare, per poter pertanto realizzare un tetto vero e proprio era necessario costruire un guscio in legno da sistemarsi sopra il graticcio. Constatato tutto ciò, ho pensato alla possibilità di realizzare una struttura a graticcio direttamente in legno (laminato), che può tranquillamente essere piegata per divenire bi-dimensionale e su cui si può posizionare direttamente il tetto. Il legno può essere utilizzato sia come elemento tensore che di compressione, quindi poteva essere impiegato per realizzare una struttura-guscio di compressione oltre che una normale tensostruttura. Da allora ho continuato a lavorare con strutture lignee utilizzandole in diverse occasioni: nel progetto mai realizzato per l’Uno Chiyo Memorial Museum (Iwakuni City, 2000), per l’Ospedale Imai (Akita, 2001), l’Atsushi Imai Memorial Gymnasium (Akita, 2002), il Bamboo Roof (Houston, Texas, 2002), per il progetto del laboratorio di Frei Otto (Colonia, Germania, 2004), un percorso culminato con la realizzazione, ad oggi ultimata, del tetto per il Centre Pompidou di Metz. Durante la fase del concorso, io mi stavo occupando del Bamboo Roof, Cecil Balmond dello studio Arup era la responsabile per il tetto, ed era stata proposta una struttura ibrida in legno e acciaio, una volta vinto il concorso tuttavia, si è optato per una copertura completamente lignea.
Tra le caratteristiche fondamentali del progetto, vi è la continuità tra interno ed esterno e la sequenza degli spazi da essa generati. Spesso l’edificio assume le sembianze di una scatola, che prende forma grazie alla separazione mediante pareti, tra interno ed esterno. Una spazio tuttavia, può essere definito anche solo dalla presenza di un tetto.
Negli ultimi anni, l’arte è diventata sempre più concettuale e si è pian piano allontanata dal gusto del pubblico generale. Un numero sempre più esiguo di persone è disposto dunque a pagare per poter avere accesso ad una “scatola” in cui sono esposte opere che potrebbero persino non essere “comprensibili”. Al posto della scatola, il museo è, in questo caso, un luogo di socializzazione sotto un grande tetto, estensione, a sua volta, del parco circostante. Uno spazio facilmente accessibile, senza pareti, con una facciata realizzata con persiane in vetro facilmente removibili. La Nuova Galleria Nazionale di Mies van der Rohe a Berlino ha pareti di vetro, trasparenti alla vista ma non fisicamente trasparenti. Nel caso di Metz invece, visitatori possono accedere gratuitamente al grande volume del foyer, prendere un tè e ammirare le sculture e le istallazioni ivi sistemate, sbirciando solamente le opere all’interno delle gallerie e sperimentando i diversi ambienti man mano che procedono verso l’interno. Gli interstizi che vengono a crearsi tra l’ampio tetto e gli altri volumi assumono funzioni diverse: sono luoghi di incontro innanzitutto, quello tra la galleria 1 e 2 diviene spazio espositivo per sculture, inondato dalla luce naturale che filtra dal tetto. Gli 840 metri quadrati ricavati in tali spazi sono extra, non originariamente previsti nel progetto. Sfortunatamente, il ristorante previsto in origine sopra la galleria 3 non è stato realizzato a causa di problemi di budget (secondo la legge edilizia francese, tutti gli ambienti ad uso generico, collocati sopra i 28 metri d’altezza, sono da considerarsi “grattacieli”, richiedono pertanto sistemi di evacuazione e sicurezza molto complessi). Ecco dunque i principi alla base di questa opera architettonica.

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