area 120 | Beirut

Beirut e memoria
Nicola Santini: Quale crede sia il ruolo dell’architettura nel recupero o nella mistificazione della memoria a Beirut e, sotto questo punto di vista, qual è il ruolo svolto dalla sua architettura?
Bernard Khoury: Agli inizi degli anni novanta il concetto di memoria legato alla Beirut del dopoguerra rivestiva un ruolo centrale nel mio lavoro. In quel periodo molti di noi speravano di poter ricostruire la nostra nazione e ci sono voluti molti anni per arrendersi al fatto che Beirut non sarebbe stata ricostruita. Tutto si è rivelato più complesso di quanto credessimo, lo Stato e le istituzioni non sono infatti stati in grado di concepire, né tantomeno di realizzare effettivamente, alcun progetto costruttivo per la città e per il paese in generale. Nel frattempo, Beirut è diventata una città in continuo sviluppo, uno sviluppo anarchico, lasciato nelle mani del settore privato.
In assenza di un reale consenso politico e sociale che riguardasse un progetto nazionale, è subentrata l’incapacità di ipotizzare una storia comune per il paese o una memoria consensualmente condivisa.Personalmente definirei l’era post-bellica come un periodo di negazione politica, che consisteva nel nascondere tutto sotto il tappeto. Ci sono voluti quindici anni, prima che il tappeto scoppiasse; nel 2005 abbiamo assistito al tragico omicidio di Rafic Hariri, l’uccisione del nostro Primo Ministro è stata, a mio avviso, un tentativo di eliminare per sempre un simbolo nazionale e, con esso, la grandezza e i possibili difetti di un potenziale progetto per il paese.
Affermare che la guerra civile nel nostro paese è iniziata nel 1975 e si è conclusa nel 1990, sarebbe cadere in una pericolosa semplificazione della storia. Ritengo non vi sia stato alcun periodo post bellico. Nel 1991, ho lavorato ad un progetto dal titolo “Evolving scars” (Cicatrici in divenire, n.d.t), il cui obiettivo era quello di arrivare ad una “cicatrizzazione” delle nostre città passando per una graduale demolizione di quegli edifici che erano stati danneggiati durante la guerra ed erano quindi destinati a scomparire. Ripensando a quel progetto, a vent’anni di distanza, ho capito che era naif dal punto di vista politico, poiché le condizioni dell’epoca non ci avrebbero permesso di formulare alcun tipo di memoria condivisa del nostro recente passato. Sui nostri libri, la storia finisce al 1975. Dopo tanti tentativi falliti tra il 1991 e il 1998, sia livello teorico che pratico, di cambiare la mia città, sono stato alla fine “riabilitato” dall’industria dell’intrattenimento. Il mio primo progetto è stato infatti un locale notturno, non un museo, non un monumento alla memoria, non un complesso residenziale pubblico né un teatro e, soprattutto, il committente non era pubblico.
Non mi sono mai state commissionate opere pubbliche. Ho iniziato la mia carriera progettando edifici effimeri, con commissioni e funzioni che solitamente non vengono considerati ad alto valore politico. Con tali progetti mi sono trovato a intervenire su realtà diverse e diversi concetti di memoria.
Mi piace usare il presente quando parlo di tali progetti. Le mie prime opere architettoniche non miravano a creare una memoria collettiva o a formulare una storia condivisa, non dovevano essere percepite come monumenti retorici. Il locale notturno B018, il ristorante Centrale, il progetto per lo Yabani hanno tutti rappresentato missioni difficili, poiché in tutti i casi, la loro realizzazione, avvenuta in momenti precisi e in siti “scomodi”, ha significato affrontare temi sociali e politici molto delicati. Direi che la cosa più importante, comune a tutti questi progetti, è il fatto che siano riusciti a ridare vita a zone ancora in stato di convalescenza, ad aree abbandonate a causa dello sviluppo rapido e anarchico della città.

Preservare i vuoti urbani
N.S.: Perché la scelta di costruire sottoterra nei suoi primi progetti?
B.K.: Se si considera il B018 come un gesto, si è trattato principalmente di preservare il vuoto. Il progetto si colloca ai margini dell’area di Quarantine, vicino al porto di Beirut. La zona è poco popolata e non sviluppata. Fino al 1976 è stato un campo per rifugiati palestinesi. L’intervento da me proposto sottolinea l’evidente contrasto tra due condizioni esistenti: da un lato i quartieri armeni densamente popolati che si collocano al di là del viale confinante con il sito, dall’altro lo scarso tessuto del quartiere “Quarantine”. Ho preso quindi consapevolmente la decisione di non aggiungere “materia” in superficie preferendo collocare la costruzione al di sotto del terreno. Ritengo che l’assenza di materia conferisca al progetto una maggiore visibilità; il mio intervento risulta invisibile durante il giorno, è come se l’edificio andasse a dormire all’alba per risvegliarsi la notte, quando ritorna ad essere una presenza appena percettibile, costituita dai riflessi delle luci e dai suoni che arrivano dal sottosuolo, per riecheggiare nel quartiere deserto.
Nel caso del ristorante giapponese Yabani, la scelta di costruire sotto terra è stata prettamente di tipo pragmatico. Al tempo in cui si elaboravano i primi progetti per l’edificio, il quartiere si trovava ad essere parte di quella vecchia linea di demarcazione che separava Beirut est da Beirut ovest. Un’area questa che mostrava ancora ben visibili le tracce dei recenti conflitti.Pensare di vendere sushi a 50 dollari il pezzo sembrava assurdo, visto che l’edificio accanto era occupato da operai edili, costretti a vivere in condizioni inaccettabili, che dormivano in stanze senza finestra, con balconi privi di parapetto e senza acqua corrente. Sarebbe stato difficile pensare di poter far entrare in contatto i clienti del ristorante con un simile ambiente circostante. A dodici anni di distanza, l’edificio un tempo occupato è stato rinnovato, l’intera area ristrutturata; attualmente ci sono altri bar e locali nella zona e la presenza del nostro progetto non sembra più così assurda come all’inizio, più di dieci anni fa. Lo Yabani è stato progettato come un intervento urbano intenzionalmente ben visibile, le aree dell’edificio sopra il livello del suolo, ovvero l’ingresso mobile e la parte meccanica dell’ascensore, sono in netto contrasto con l’ambiente circostante. L’esperienza all’interno del locale comincia già all’entrata nell’ingresso mobile esterno, un “ascensore” trasparente che corre verticalmente e conduce nel sottosuolo, “atterrando” proprio al centro del locale. L’ascensore idraulico conduce gli ospiti nella sala da pranzo sotto il livello del suolo, in un locale il cui isolamento dal resto dell’ambiente circostante è consapevolmente esagerato.
N.S.: Credo che i suoi progetti interpretino e riflettano lo spirito di Beirut in modo originale e enigmatico. Ci dica qualcosa su questo speciale rapporto tra l’architettura e l’ambiente urbano presente nei suoi lavori.
B.K.: Lei ritiene che gli edifici da me progettati interpretino o riflettano lo spirito di Beirut, io credo che il mio lavoro sia più una ricerca ossessiva di condizioni specifiche della mia città. I miei progetti non sono infatti di tipo contemplativo, il mio scopo non è rappresentare la città attraverso i miei edifici; mi piace descrivere i miei progetti come dei “dispositivi”. Perfino gli edifici ad uso residenziale progettati recentemente assolvono compiti specifici e, almeno lo spero, danno vita ad esperienze particolari, suscitano comportamenti ben definiti.
I miei progetti cercano di stabilire un rapporto specifico con ciò che li circonda; il 183 ne è un esempio: la biforcazione in sezione degli appartamenti viene riproposta sulla facciata nella forma dei balconi che collegano tra loro le diverse stanze, creando un percorso alternativo che è in relazione con l’ambiente esterno circostante. E’ pertanto possibile spostarsi tra una camera e l’altra salendo o scendendo le scale, raggiungere la cucina, il salotto o ogni altro ambiente dell’abitazione, senza dover neppure mettere piede all’interno di questa. Vivere l’appartamento dall’esterno, in particolare dalla facciata che si apre sulla strada, è dunque un’esperienza ben distinta, il rapporto che si crea con il contesto è particolare e, speriamo, anche piacevole. Si potrebbe credere che queste scelte siano legate allo stile di vita del Mediterraneo, ebbene, si metta a confronto questo progetto con edifici tipo realizzati dalle imprese locali negli ultimi quarant’anni. Non è stato facile rompere con il modello tipico che prevede un nucleo privo di aperture posizionato al centro della planimetria, sale di rappresentanza e da pranzo raccolte lungo la facciata sul lato della strada, con camere da letto sistemate dietro il nucleo centrale con accesso da corridoi ciechi. È come se questo tipo di planimetria fosse pensata intenzionalmente per proteggere gli abitanti da un ambiente circostante ostile.
Ho intrapreso una vera e propria guerra contro la residenza tipica locale, proponendo modi diversi di vivere in città e rivedendo il nostro rapporto con la strada. Ironicamente, sia il 183 che tutti gli altri progetti a uso residenziale sono stati un successo a livello commerciale.
Forma e performance
N.S.: C’è un “fil rouge” che collega tutti i suoi progetti, che non riguarda la forma o il linguaggio. Le va di parlarne?
B.K.: Non sono un feticista di alcun tipo di sintassi architettonica o di estetica particolare.
Credo e spero che non sia possibile trovare un chiaro filo d’unione tra tutti i miei progetti. Non inizio mai a lavorare sedendomi al tavolo da disegno, né di fronte ad un computer, non costruisco neppure modelli o forme tridimensionali; in generale, sono molto scettico nei confronti dei gesti formali cronici, non credo nell’utilità di metodi progettuali prefissati o di strategie ripetitive. I miei progetti non nascono da un processo lineare; in generale si dovrebbe partire con una valutazione obiettiva del contesto, dal punto di vista sociale, politico ed economico. Mi piace pensare di potermi contraddire. Poter contare su una comprensione profonda del contesto permette di formulare propositi specifici, nella speranza che siano anche pertinenti. Il mio obiettivo primario non è di tipo architettonico e non mi lascio guidare da preferenze formali o morfologiche prestabilite; quello che faccio è tradurre le mie intenzioni concependo situazioni, che possono anche rivelarsi complesse a volte. Ed è quindi per poter mettere in atto le situazioni previste che sviluppiamo i “dispositivi” giusti, progettati appositamente per assolvere a compiti specifici. In una situazione “da acrobata” ci sarà probabilmente bisogno di mezzi “da acrobata”; ecco dunque giustificata la complessità e la precisione dei dispositivi progettati, ecco anche spiegato il fascino esercitato su di me dalle apparecchiature di tipo militare o da altri riferimenti para-architettonici. In conclusione, tornando alla Sua domanda sul filo conduttore dei miei progetti, direi che questi si rifanno ad un’idea e che le mie idee non sono certo guidate dalla forma.
L’identità di Beirut
N.S.: Beirut sembra essere una città stratificata; la definirei una città con un’identità multipla o latente. Come si pone l’architettura contemporanea di fronte
a questa identità mutevole e, a volte, ingombrante?
B.K.: Ho smesso di descrivere la mia città per le stesse ragioni già trattate in risposta alla Sua domanda sulla mistificazione della memoria.Non mi interessano le identità condivise, che spesso portano ad assumere posizioni pericolose e superficiali. Mi piace invece ascoltare e comprendere la città considerandone il lato dinamico e spesso contraddittorio; poiché osservare le città partendo dal loro comun denominatore è semplicistico. Preferisco andare a cercare le specificità di ogni situazione particolare; l’aspetto specifico piuttosto che generale. Sono affascinato dalle situazioni difficili da inquadrare. Domande come la Sua, sull’identità di Beirut o di ogni altra città, possono risultare piuttosto critiche. Ho un problema con le definizioni prefissate e le identità predefinite che inquadrano le città in modo riduttivo. In tutti i miei progetti ho cercato di non farmi limitare da alcun registro regionale o identità locale. Ritengo sia possibile intervenire sull’identità di una città o di un luogo in generale, contribuendo a costruirne i tanti strati complessi e ignorando le definizioni comunemente attribuite.
Voglio credere che l’architettura possa ancora fare la sua parte, seppur piccola, nel processo di costruzione dell’identità delle nostre città. Beirut, forse più di molte altre città al mondo, è un luogo che ancora ci pone di fronte questioni che possono essere esaltanti e relative al tempo stesso. Per affrontare tali questioni in modo pertinente, dal punto di vista architettonico, sarà necessario sviluppare strategie contemporanee e molto dettagliate; arrivare ad una modernità che nasca dall’interno.

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