area 120 | Beirut

Cos‘è Beirut? Qual è l‘anima di questa città apparentemente indecifrabile, aggressiva, frammentata eppure pericolosamente attraente come una zona magnetica? L‘esploratore urbano, come uno Stalker tarkovskijano, inzia la ricognizione della città. Una descrizione del suo aspetto fisico, dei suoi edifici, delle sue strade, restituirebbe solo un‘immagine parziale della sua natura più autentica.
La massa schiacciante di torri, ponti, viadotti, non costituisce nient‘altro che l‘infrastruttura rigida che affetta interi quartieri, collega e separa allo stesso tempo la sua comunità multiconfessionale. Le diciotto etnie religiose continuano a convivere nella capitale che si ricostruisce su se stessa. Un tempo divise da linee invisibili e invalicabili nel tessuto urbano, si ritrovano unite oggi nella difficoltà di una elaborazione consensuale della storia.
Nonostante tutto, il magnete-Beirut continua ad esercitare il suo effetto attrattore e disorientante. Le sue oscillazioni ci suggeriscono di indagare la città secondo un approccio diverso da quello contemplativo analitico.
L‘immagine di se stessa non collima con la realtà esteriore. Nell‘ipotesi che l‘aspetto esterno, pubblico, della città non ne riveli sufficientemente l‘essenza, abbiamo investigato la dimensione più intima e privata. Questo progetto, costituito da fotografie scattate da Edoardo Delille, è un inizio di indagine su “Un‘antropologia dell‘abitare” nella Beirut contemporanea. Come un esploso che rivela il funzionamento interno di un organismo vivente, la fotografia della sua comunità multiconfessionale svela della città e della sua storia molto di più di quanto possa trasparire dalla sua forma esterna.
Un‘immaginaria sezione perechiana a scala urbana espone scenari domestici della società beirutina.
Di religioni, etnie, e modi di vita diversi, queste foto percorrono le differenti identità sul territorio urbano. Un tragitto che determina la relazione tra l‘abitante e il suo spazio abitato. Spesso questi spazi sono sorprendenti, alcuni moderni e accurati, altri caotici e screziati, tradizionali, enigmatici.
Lo spaccato rivela una comunità estremamente eterogenea, multiculturale e ricca che mette in discussione l‘immagine preconcetta occidentale di una generica cultura mediorientale o di una Beirut perennemente postbellica. Beirut non è solo ricostruzione fisica. Il recupero di una memoria condivisa è il complesso terreno comune sul quale si innestano le radici della nuova società fatta di gruppi etnici, religiosi, culturali, ma soprattutto costituita da tanti individui, tutti diversi ma tutti libanesi.

Edoardo Delille was born in florence in 1974, works in Milan as a freelance photographer.
With documentary photography he has travelled and worked in India, Albania, Kosovo, Iran, Lebanon, United States, Indonesia, Haiti and Japan. He try to tell small “love“ stories with portraits, explaining the identity of places he visit, with a positive view of life.
He join Riverboom collective, a group of photographers,artists and journalist working on stereotipes of the world. He‘s actually working on a long term project on the borders of Middle East.

Nicola Santini holds Academic Degree and a Phd in Architecture and Urban Design, teaches architectural design at several Universities in Italy and abroad, he runs workshops and gives lectures in Florence, Rome, Paris, Bogotà, Wien, Beirut.
With Pier Paolo Taddei he founds Avatar Architettura, a multy-disciplinary italian office for architecture and industrial design. The office‘s work is been published and shown internationally at four Venice Arhitecture Biennales, at Beijing, Hanoi and Brasilia Biennales. Avatar Architettura has a network of collaborations with Peter T. Lang for the “Elasticity” projects, Jelena Zanchi for croatian projects, Sara Pizzati for landscape design and Charbel Maskineh for Middle East projects.

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