La Ciclofficina di San Cristoforo nasce come dispositivo temporaneo e completamente reversibile all’interno di un’area ferroviaria dismessa di Milano. Progettata da Tommaso Aliverti, Paolo Catrambone (ORTUS) e Tommaso Sossi, la struttura si inserisce nel sedime dell’ex casello ferroviario di via San Cristoforo, nel Municipio 6, in una condizione di forte tensione infrastrutturale, compressa tra una strada urbana e due linee ferroviarie tuttora in esercizio.
È proprio questa soglia irrisolta, residua e marginale, a diventare materia di progetto, trasformando uno spazio interstiziale in un nuovo luogo civico attivo.

L’intervento si posa con leggerezza su un terreno erboso pianeggiante, adottando una strategia costruttiva che rinuncia a qualsiasi forma di permanenza. L’edificio poggia su un modesto rilevato di terra compattata, alto appena 25 centimetri, che garantisce la continuità del suolo ed elimina l’uso di fondazioni in calcestruzzo. Il carattere temporaneo dell’architettura è così reso esplicito, mentre tre travi metalliche a vista definiscono l’impianto strutturale di base, evocando con discrezione la linearità dei binari che scorrono a ridosso del sito.

La struttura si articola attraverso un sistema modulare di telai in acciaio controventati, pensato come uno scheletro essenziale, replicabile e potenzialmente espandibile. La copertura in lamiera, ventilata, migliora il comportamento dell’edificio nei mesi estivi e riduce il rischio di condensa, mentre le ampie sporgenze perimetrali proteggono l’involucro e contribuiscono al controllo dell’irraggiamento solare.

L’involucro è realizzato con pannelli in policarbonato cellulare, scelti per le loro prestazioni termiche e per la rapidità di montaggio e smontaggio. Durante il giorno, la pelle semitrasparente filtra la luce naturale; di notte, l’edificio si trasforma in una sorta di lanterna, restituendo visibilità e presenza al giardino del Casello. Lungo i fronti longitudinali, finestre fisse e porte-finestre in alluminio assicurano un’illuminazione diffusa e una ventilazione trasversale efficace, rafforzando il rapporto tra interno ed esterno.




All’interno, il progetto esplicita i temi del riuso e della circolarità attraverso un impiego diretto di materiali recuperati. Lamiere in alluminio, pannelli in multistrato e altri elementi reintegrati nelle finiture rendono visibile un approccio sostenibile tradotto in scelte costruttive concrete. Pur nascendo come ciclofficina, l’edificio è concepito fin dall’origine come spazio aperto e adattabile: un luogo per la riparazione delle biciclette, ma anche punto informativo, area di lavoro, spazio per incontri e presidio di quartiere.

Leggera ma resistente, la Ciclofficina di San Cristoforo si configura così come un’infrastruttura sociale flessibile, capace di accogliere usi differenti e di attivare nuove dinamiche collettive. Un’architettura minima, che attraverso reversibilità, adattabilità e attenzione al contesto contribuisce alla riattivazione sociale di un frammento urbano in trasformazione.



