A Riccione, l’ex Fornace Piva - complesso produttivo che affonda le proprie origini nei primi decenni del Novecento - si avvia a una nuova stagione come Museo del Territorio. Il progetto, firmato da Politecnica Building for Humans, tra le principali realtà italiane della progettazione integrata, interpreta il recupero dell’archeologia industriale come occasione per ridefinire il ruolo pubblico di un luogo identitario. Con il completamento del restauro delle murature storiche e della nuova architettura inserita all’interno del perimetro originario, il sito si prepara ad accogliere la futura configurazione museale, in attesa degli allestimenti espositivi e dell’apertura prevista per febbraio 2027. L’intervento, selezionato tramite concorso pubblico dal Comune di Riccione, restituisce alla città un frammento significativo della propria memoria produttiva, trasformandolo in una piattaforma culturale contemporanea.

fornace piva
©Federico Covre

Cuore del progetto è l’introduzione di un volume leggero e trasparente, una “architettura d’aria” che si inserisce con misura all’interno del recinto murario esistente. Qui, il dialogo tra antico e nuovo si costruisce per contrasto e rispetto: la nuova struttura non compete con la preesistenza, ma ne amplifica la lettura, mantenendo riconoscibili le tracce del tempo. L’intervento nasce dalla volontà di confrontarsi con un luogo ad alta densità identitaria senza sovrascriverne la memoria, attraverso un’architettura contemporanea reversibile e discreta. Una posizione condivisa anche dall’amministrazione comunale, che immagina il museo non come semplice contenitore, ma come istituzione dinamica, aperta e partecipata, capace di rendere accessibile il patrimonio e di attivare nuove relazioni con la comunità. Inserito in un sistema più ampio di spazi verdi e percorsi ciclopedonali, e in continuità con l’edificio scolastico adiacente, il nuovo museo si configura come dispositivo urbano strategico nel processo di rigenerazione dell’area. Un’infrastruttura culturale che rafforza il rapporto tra architettura, paesaggio e vita quotidiana.

Costruita nel 1908 lungo il Rio Melo per iniziativa dell’imprenditore milanese Carlo Andrea Piva, la fornace fu per decenni uno dei principali poli produttivi della città, grazie anche all’impiego del forno Hoffmann, tecnologia avanzata per l’epoca che consentiva la produzione continua di laterizi. Dopo il progressivo declino e la cessazione dell’attività negli anni Settanta, del complesso originario è sopravvissuto il solo recinto murario, oggi assunto come elemento cardine del progetto. Le murature perimetrali sono state oggetto di un restauro di tipo archeologico, volto a preservare e rendere leggibili le stratificazioni materiche: fori, inserti lignei e segni delle lavorazioni restano visibili, contribuendo a costruire una narrazione autentica del sito. Un sistema illuminotecnico integrato enfatizza questa dimensione, restituendo nelle ore serali la presenza della fornace come segno urbano riconoscibile.

fornace piva
©Federico Covre

All’interno, la nuova architettura si configura come una grande teca trasparente sviluppata su due livelli per circa 1.500 metri quadrati, inserita in un’area complessiva di 2.500 metri quadrati. Tra il nuovo volume e le murature storiche si apre un deambulatorio perimetrale, spazio di mediazione che consente una fruizione ravvicinata delle superfici esistenti e amplia le possibilità di percorrenza. Elemento iconico del progetto è la reinterpretazione della ciminiera originaria, oggi evocata da una struttura stilizzata in acciaio che ne ripropone proporzioni e collocazione sulla base di ricerche storiche. Illuminata nelle ore notturne, diventa un nuovo landmark urbano, capace di ristabilire un legame visivo con la memoria industriale del luogo.

Il programma funzionale articola al piano terra una hall a doppia altezza, spazi di accoglienza, caffetteria, bookshop, laboratori didattici, depositi museali visibili e una sala conferenze; al livello superiore si sviluppano gli ambienti espositivi principali, concepiti come spazi flessibili e riconfigurabili. La distribuzione è affidata a una scala leggera e sospesa, retroilluminata, che diventa elemento centrale della composizione e dispositivo di continuità visiva tra i livelli. Dal punto di vista costruttivo, l’intervento affronta la complessità del consolidamento delle murature esistenti - originariamente prive di copertura - attraverso un esoscheletro in acciaio che stabilizza le pareti integrandosi con le aperture storiche, senza alterarne la leggibilità. La nuova architettura adotta una struttura in acciaio con solai e copertura in X-LAM, mentre le ampie superfici vetrate favoriscono la permeabilità visiva e l’illuminazione naturale. Materiali come cemento e acciaio mantengono un carattere volutamente materico e industriale, in continuità con la storia del sito, mentre l’adozione di sistemi a secco risponde al principio di reversibilità, fondamentale negli interventi su edifici vincolati.

Con questo progetto, Politecnica conferma un approccio integrato capace di governare restauro, architettura e ingegneria in un’unica visione, trasformando un’eredità industriale in un dispositivo culturale contemporaneo, aperto e radicato nel territorio.