"La linea orizzontale, ci spinge verso la materia. Quella verticale verso lo spirito". Così canta Franco Battiato in Inneres Auge esprimendo il dualismo tra l'esistenza terrena e quella spirituale. Nel 100 meters pavilion ideato da Pablo Paradinas Sastre - Eletres Studio per il Miradors de l’Horta 2025 International Competition ci sono entrambi gli elementi: un rimando terreno – alla tradizione agreste – e la ricerca spirituale del luogo.

100 meters pavilion ©Sergi Villanueva + ©Gian franco Pili

100 meters pavilion si inserisce nel paesaggio del tipico "orto valenciano" come una linea sottile ed evocativa, costruita attraverso la ripetizione ritmica di elementi uguali a se stessi. La struttura di riferimento sono le pergole lignee che sostengono la coltivazione dei pomodori ma che in questo caso è reinterpretata in chiave contemporanea attraverso l'uso di barre in acciaio ondulato: un materiale contemporaneo, riciclabile e reversibile, che mantiene la leggerezza e l’integrità strutturale dell’originale.

100 meters pavilion ©Sergi Villanueva + ©Gian franco Pili

La ripetizione degli elementi genera sicurezza e calma. La linea spinge gli occhi verso il paesaggio fino quasi ad annullarsi. Non si comprende più cosa sia artificiale e cosa invece è naturale. Questo dunque è il senso di questo padiglione.

Questa linea, costruita mediante la reiterazione ritmica del modulo, invita non solo all’esplorazione, ma anche all’osservazione, all’abitare e all’ascolto della natura.

I tessuti tesi tra i portici creano un gioco di luci e ombre che richiamano i ritmi della coltivazione, le protezioni stagionali e la cura quotidiana della terra. Non si tratta di una copertura funzionale, ma simbolica: un’evocazione del lavoro, del riparo e dei lunghi e lenti ritmi del paesaggio agricolo.

Un elemento tradizionale viene assolto dalla sua funzione originaria per diventare icona. Un processo di astrazione caro all'arte e all'architettura che riesce a trasferire a chi vive lo spazio il significar profondo che il progettista ha pensato: connessione con la natura, abbandono rurale, crisi climatica. Insomma, una esigenza profonda di riconnesione con la natura e un contatto con la terra. Perché lavora la terra vuol dire sporcarsi con essa; entrarne in contatto fisico ed emozionale. È un ritorno sensoriale ad un elemento che non siamo più abituati a rapportarci se non in piccole e mal funzionanti aree urbane.

100 meters pavilion ©Sergi Villanueva + ©Gian franco Pili

L'istallazione invita la comunità a esplorarlo, abitarlo e accoglierlo da una prospettiva rinnovata. La struttura leggera e modulare si adatta alla irregolarità del terreno; ne segue i solchi, si lascia modellare da sole. Ci pone davanti all'idea che la natura richiede sempre il suo spazio.

100 meters pavilion ©Sergi Villanueva + ©Gian franco Pili

Il progetto, che si sviluppa su 100 metri lineari, mira a rivitalizzare il patrimonio attraverso fragilità, leggerezza e ripetizione.