area 103 | Paris

A Parigi, dove ogni cosa ha un suo museo, l’architettura ha trovato il suo nella Cité de l’Architecture, Palais de Chaillot, Trocadéro, accanto al Musée de l’Homme. Ottimo indirizzo, dirimpetto alla Tour Eiffel, potente icona, faro della Modernità. Allestimento ”impeccable”, soprattutto per quel che riguarda l’imponente ”Galerie des Moulages”, la galleria dei calchi architettonici, a suo tempo ideata da Viollet-le-Duc. Ma l’architettura qui è soprattutto quella francese. Poca è l’attenzione rivolta, nelle collezioni permanenti, agli architetti stranieri in genere, e agli italiani in particolare. Non solo ai moderni e ai contemporanei, ma neppure ai santi in paradiso, come Brunelleschi, Alberti, Serlio, Bramante, Palladio, ecc. Né, tantomeno, c’è traccia del Bernini, che passato da qui esattamente 344 anni fa ha lasciato di sé un pessimo ricordo. Quando invece, a pensarci bene, l’architettura francese a lui dovrebbe essere davvero grata, perché fu proprio con la sua sconfitta per il Louvre che essa iniziò a scrollarsi di dosso la fastidiosa supremazia dei “Ritals”, degli Italiani.

panoramic view of Trocadero from Tour Eiffel - photo by Mairie de Paris

I quali poveracci, seppur innegabilmente dotati in materia d’arte e d’architettura, in fatto di autostima hanno ancora tanta strada da fare. Che già il solo pensiero di un’analoga istituzione nel nostro paese dà il mal di testa. Dove farlo un ipotetico Museo dell’Architettura Italiana? All’Eur, di fianco al Museo della Civiltà Romana? O a Firenze, tra gli Uffizi e il Bargello? O a Venezia, accanto alla Biennale? O a Milano, accanto alla Triennale? In un edificio antico, o in uno moderno? Come scegliere il progetto: con concorso aperto o a invitiA chi farlo dirigere: a un accademico, a un progettista, a un critico, o a uno storicoE poi, stanti le attuali mode, l’acronimo di “Museo dell’Architettura Italiana”, sarebbe “MAI” quindi, si nomina sunt consequentia rerum, meglio lasciar stare. Meglio non divagare e continuare la visita alla “Cité de l’Archi” per poi accorgersi che, almeno nelle faccende di casa loro, i Francesi non sono così sciovinisti come ce li figuriamo. Assordante è qui il silenzio dell’Architecture Parlante. Che fine hanno fatto, per esempio, Boullée e Ledoux? Per non dire dei grandi teorici e trattatisti come Boffrand, Laugier, Patte, Blondel, Durand, ecc., che sono la vera gloria dell’architettura francese. A parte la maquette di un teatro, peraltro spettacolare e ben conservata (concepita da un oscuro Claude-Théophile Muly, in seguito all’incendio, nel 1781, dell’Opéra du Palais Royale), l’architettura dei Lumi non ha qui alcuna rappresentanza. Ben diversa è invece l’ospitalità concessa al Romanico, al Gotico e al Moderno che occupano ognuno ampie sezioni ben documentate con calchi, modelli, disegni e installazioni multimediali. Si comprende allora che il problema non è tanto il nazionalismo, quanto il Classicismo, che è il vero escluso, l’ospite non grato, il Convitato di Pietra, nel senso letterale del termine. E ciò appare ancor più paradossale nel momento in cui si osservi lo stesso Palais de Chaillot, il quale, realizzato nel 1937 da Jaques Carlu, presenta un solido impianto classicista, cugino primo di tante opere coeve di Piacentini e compagni. Ma se a Roma, come si sa, morto un papa se ne fa un altro, a Parigi, che è città della moda, morta una moda se ne fa un’altra. E ora la moda è tutto tranne che il Classicismo.

the Tour Eiffel seen from La Défense - photo by Pietro Savorelli

Colpisce nel segno, allora, il passo con cui Simon Texler, nella sua acuta anamnesi dell’architettura moderna parigina (Paris, Grammaire de l’Architecture, XXe – XXIe Siècles, 2007), ricorda come Aldo Rossi col suo progetto alla Villette, Avenue Jean-Jaurès, intendesse soprattutto rendere omaggio all’”ineguagliabile complessità” di Parigi in contrapposizione ”agli edifici di presunta avanguardia che non presentano alcun legame con la sua realtà fisica”. Texler chiude il capitolo con il laconico punto interrogativo di una domanda retorica: ”A-t-il été entendu?” È stato capitoMa la moda ha le sue leggi inesorabili, prima fra tutte quella di fondarsi su una sorta di tautologia ontologica, cioè sulla moda di se stessa, sulla moda della moda. E forse, è proprio in quest’ansia da ciclico cambio di guardaroba, in questa coazione a ripetere il nuovo per il nuovo, che sembra annidarsi la debolezza costitutiva di certa architettura francese moderna e contemporanea. Ammesso e non concesso che sia ancora possibile parlare di un’architettura riconoscibile come “francese”, piuttosto che “italiana”, “spagnola”, “tedesca”, “inglese”, ecc. Eppure c’è stata, eccome, un’epoca in cui Parigi ha espresso un’architettura fortemente connotata, con cui ha fornito modelli precisi, efficaci, esportati e copiati in tutto il mondo. E tale epoca è quella compresa tra il viaggio del Bernini e la costruzione dei Grands Boulevards, ossia proprio quei due secoli di grande architettura che oggi non trovano spazio al Palais de Chaillot. Il che non può non apparire curioso, perché sarebbe un po’ come se nel molto ipotetico Museo dell’Architettura Italiana non fossero ammessi il Rinascimento e il Barocco. E a proposito di Barocco, appare a noi architetti italiani piuttosto sorprendente il rifacimento “dov’era e com’era” della grandiosa cancellata, la Grille Royale, nel Castello di Versailles. Realizzata su disegno di Jules Hardouin Mansart intorno al 1680 per separare la Cour d’Honneur dalla Cour Royale, fu completamente distrutta durante il periodo rivoluzionario. Il progetto di ricostruzione si è così basato su disegni, incisioni e dipinti d’epoca, e dopo un costoso e sofisticato cantiere durato più di due anni, con l’impiego di tecnologie e materiali preindustriali, quali il ferro battuto, la pietra da taglio e la foglia d’oro, ha portato al ripristino del manufatto esattamente nella sua collocazione originaria.

panoramic view of La Défense - photo by Christian Richters

Ma quel che appare sorprendente è che in un paese, così ossessionato dalla modernità, questa realizzazione di ripristino dell’antico si sia compiuta, apparentemente, senza colpo ferire. Possiamo, invece, ben immaginare come in Italia un analogo intervento, in un analogo contesto monumentale, avrebbe scatenato le più feroci diatribe. Per questo abbiamo chiesto a Maurizio Galletti, architetto restauratore, Soprintendente per i beni Architettonici e Paesaggistici presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, di darne una lettura critica che rifletta, sull’argomento, il punto di vista italiano. Tuttavia sarebbe riduttivo considerare il panorama dell’architettura parigina dal solo punto di vista del linguaggio e delle sue mode. Come osservano Renzo Piano e Jean Nouvel, autori degli edifici che più hanno inciso nell’immagine contemporanea, Parigi è soprattutto una città-laboratorio, una realtà complessa e fondata sul reale multiculturalismo che le permette di contenere e d’assimilare al suo interno tutto e il contrario di tutto. Per questo la amiamo e continuiamo a riconoscerla come la vera capitale d’Europa. Una capitale problematica, certo, ma pur sempre capace di dar forma ed espressione alle idee, ai dubbi e alle speranze che costituiscono il sostrato comune alla migliore cultura europea. In fondo, anche le debolezze, anche le contraddizioni che si possono riscontrare nella produzione architettonica contemporanea di Parigi sono le stesse del resto d’Europa. Ciò apparirà con ancora maggior forza nel momento in cui saranno resi pubblici i risultati della consultazione internazionale per la pianificazione della Grande Parigi, e ciò indipendentemente dalla qualità dei contributi, dalla loro efficacia, dalla loro maggiore o minore aderenza alla realtà. Il tema stesso, il problema di trasformare la “Capitale del XIX Secolo” nella grande metropoli del 2000, indica la necessità di far fronte ad alcune contraddizioni che non riguardano solo la Francia, bensì buona parte dei paesi europei. ”Immaginare la Grande Parigi, vuol dire interrogarsi sulla natura della grande città, sulla qualità del suo paesaggio, sulla modulazione dei suoi tessuti, sulle relazioni tra le sue centralità”.

The Défense with the road system bypassing - photo by Pietro Savorelli

Così Philippe Panerai, uno dei maggiori studiosi francesi della città, nel suo recente saggio sul futuro metropolitano della capitale (Paris Métropole, formes et échelles du Grand Paris, 2008), col quale non solo offre un’attenta disamina delle problematiche sociali, economiche e politiche che soggiacciono al tema, ma anche indica alcune interessanti prospettive di metodo per la pianificazione delle grandi agglomerazioni urbane contemporanee. Nel puntuale saggio scritto per Area, Philippe Panerai colloca poi il tema nella sua peculiare evoluzione storica. E mentre da un lato si rallegra che ”il problema dell’identità metropolitana e della pianificazione del territorio dell’agglomerazione sia oggi chiaramente posto e dibattuto”, dall’altro è consapevole che ”la scommessa per la Grande Parigi sia ancora ben lungi dall’esser vinta”. In effetti, ciò che della consultazione per la Grande Parigi lascia più perplessi, apparendone come la contraddizione di fondo, è l’idea stessa di voler superare l’assetto radiocentrico della città hausmanniana ricorrendo a uno strumento sostanzialmente ottocentesco quale è un disegno urbanistico, seppur confezionato con i crismi di uno “schéma directeur” moderno, redatto in pochi mesi da alcune equipe di architetti, urbanisti ed esperti di vario genere. Per quanto approfondite e sofisticate possano essere le analisi, per quanto brillanti e geniali possano essere le sintesi, non è pensabile che un tema così complesso possa essere affrontato, a questa scala, muovendo essenzialmente da una ridefinizione degli spazi fisici. L’applicabilità di strumenti del genere presuppone, infatti, un governo della città e del territorio quale poteva aversi, appunto, solo ai tempi di Napoleone III e del Prefetto della Senna. Nell’epoca nostra, in cui la democrazia rappresentativa, proprio nelle questioni di governo del territorio, è tenuta sotto scacco dalla sempre più pressante richiesta di democrazia diretta, l’utilità di tali piani appare del tutto aleatoria. Sempre che, ovviamente, non sia davvero in atto quella deriva bonapartista che non pochi osservatori politici paventano in vari paesi d’Europa. Del resto, i critici più attenti, e tra questi lo stesso Panerai, pongono in primo piano il problema della governabilità democratica di un così vasto programma di riassetto territoriale, soprattutto in rapporto alla scala e ai limiti fisico-geografici entro cui tale governabilità possa realmente attuarsi.

photo by Pietro Savorelli

Di particolare interesse è poi il concetto di “policentrismo gerarchizzato”, che Panerai introduce col suo studio, e che è volto a sviluppare una nuova concezione del rapporto centro-periferia, non più conflittuale, bensì armonica, complementare, basata su una rete di relazioni gerachizzate, in cui i sistemi di trasporto pubblico giocano un ruolo fondamentale. In effetti, alcuni studi urbanistici del recente passato proponevano una sorta di criminalizzazione del “centro musealizzato”, quasi fosse il responsabile dei mali delle banlieues. E anche da quest’atteggiamento di snobismo rovesciato, della banlieue che disprezza il centro, o che vuole emanciparsene, ha tratto spunto una certa retorica estremista che ha contribuito ad acuire i conflitti, piuttosto che a comporli. Dal nostro punto di vista, che è quello, certo limitato, dell’osservatore straniero, del visitatore occasionale, tale atteggiamento appare tuttavia masochistico, anche e soprattutto alla luce della competizione con Londra.

photo by Pietro Savorelli

Perché, per quanto effervescente e dinamica possa essere la vita culturale della capitale britannica, per quanto abbia ancora quartieri e monumenti bellissimi, la Londra contemporanea ci delude proprio per quel suo centro disarticolato, reso incoerente dalle distruzioni della guerra e ancor di più dalle ricostruzioni che ne sono seguite. Mentre la nostra preferenza va senz’altro a Parigi, non tanto per la maggiore o minore bellezza delle sue architetture – gotiche, classiche, moderne o post-moderne che siano – né per la maggiore o minore dotazione dei suoi musei, quanto per la chiarezza logica della sua forma urbana, per la coerenza con cui la città è andata strutturandosi nei secoli, pur attraverso molte e radicali trasformazioni. Chiarezza e coerenza che sono espresse e sono apprezzabili proprio nella Parigi intra-muros. Per questo siamo convinti che qualsiasi decisione sarà presa per il suo futuro metropolitano – indipendentemente dal fatto che si costruiscano molte o poche torri, più o meno alte, in questo o in quello stile – Parigi saprà reinventarsi partendo proprio da lì, da quella logica e da quella chiarezza che costituiscono l’essenza e la straordinaria bellezza della sua forma urbis.

aerial view of the city core

Stefano Fera, architect, has carried out several research projects on the history of the city and the relationships between the theories of architecture and of art, in Italy and France, between the 17th and 20th century. He has taught at a number of Italian and foreign universities and collaborates on a regular basis with daily papers with nationwide distribution and architecture magazines, writing critical essays on architecture and urbanism. He combines his research activities with his professional practice which principally focuses on architectural planning and urban renovation, with projects in Italy, in a number of European countries and in the United States. He is member of the Scientific Committee of the Renzo Piano Foundation.

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