area 105 | artificial landscape

Ci sono luoghi che appartengono al nostro quotidiano, che lo determinano nelle forme e nelle modalità che la nostra società richiede. Sono luoghi di consumo, di transito, del divertimento che ridisegnano il paesaggio delle periferie, il senso e la mappa delle aree extraurbane, gli equilibri propri delle dense e stratificate realtà urbane. Chi li progetta non è, forse, del tutto consapevole dell’importanza che essi, nel loro insieme, stanno assumendo come fenomeno globale. Chi li realizza, chi investe in tali luoghi persegue, sulla base di un calcolo costi/benefici, uno schema funzionale semplice, ripetibile, basato sull’efficienza e sulla standardizzazione di prestazioni e soluzioni.
La critica, invece, su ipermercati, outlet, shopping mall, strip mall, stazioni di servizio, autogrill, stazioni ferroviarie e aeroporti, da anni ha focalizzato la sua attenzione cercando di capire non solo il fenomeno sociale, e quindi le conseguenze sullo sviluppo urbano e territoriale, ma anche la dimensione architettonica, i codici di linguaggio della comunicazione, gli stili adottati e le reazioni sulla vita delle persone che li visitano e li usano. Lo sguardo di chi studia i fenomeni dell'attualità, ha compreso infatti che tali luoghi non possono rientrare nelle tradizionali tipologie edilizie, né come definizione della funzione, né per come condizionano i comportamenti sociali. Marc Augé nel 1986 conia il termine “nonluoghi” per tutti quegli spazi prodotti dalla surmodernità che non possono definirsi identitari, relazionali e storici; caratteristiche che invece determinano il concetto stesso di “luogo”. Le teorie di Augé, per quanto riferite ad una situazione sociale ed economica diversa dall'attuale, restano, dal punto di vista antropologico, esemplari per essere riuscite a raccontare, con estrema chiarezza e altrettanta preoccupazione, il rischio di alienazione e di perdita dei valori personali dell’individuo. Inoltre tali studi hanno evidenziato la difficoltà di gestire spazi funzionali che non creano un evento sociale organico quanto piuttosto una condizione di “contrattualità solitaria” definita, più che dalla forza di comunicazione dell'architettura, dalle “parole” che pedissequamente descrivono ambiti, indicano comportamenti e obiettivi.
Il ruolo dell'uomo viene ridotto a quello di semplice “utente”, privo di aspettative culturali e psicologiche, spogliato quindi della sua identità. Più recente è il neologismo “superluogo” che rilegge il significato dei “nonluoghi” nel contesto di una società ormai globalizzata, basata su nuovi stili di vita e su aspettative di relazioni sociali del tutto diverse, rivedendone in definitiva il giudizio di valore e di relazione con il territorio. Il “superluogo” interpreta la necessità di avere risposte immediate e complesse, diversificate e simultanee dai luoghi pubblici e collettivi, sia nel territorio che nello spazio storico della città, e pertanto, da un punto di vista antropologico, rappresenta il soddisfacimento della richiesta di uno spazio sociale dove consumare i riti della quotidianità.
Tuttavia tali luoghi, differenziati e contraddittori, non restituiscono un aspetto simbolico capace di porsi come modello e immagine dell'identità delle nuove reti sociali. Il passaggio tra i “nonluoghi”, analizzati da Augé, e i contemporanei “superluoghi”, è segnato dall'incapacità di costruire nuovi linguaggi. Questo riporta ad una condizione prettamente disciplinare.
L'architettura comunica ed esprimere il proprio significato attraverso la sua morfologia e la definizione delle singole parti che la compongono, realizzando un sistema di segni complesso
e coerente assimilabile, a tutti gli effetti, ad un “linguaggio”, forma significante dei contenuti. Quando tali contenuti non sono chiaramente espressi, non sono univoci, ovvero non sono del tutto condivisi ecco che il linguaggio più che chiarire il significato cerca di interpretare una suggestione capace di evocare altri contenuti più facilmente trasmissibili e, forse, meno banali di quelli reali.
Si assiste così al proliferare di falsi borghi medioevali, agglomerati che ammiccano alla tradizione o ai toni aulici della storia. L'atteggiamento scenografico prevale sulla sostanza, non si da forma ad una nuova funzione quanto piuttosto si predispone una scena dove vivere una realtà sognata che possa fare da sfondo nobile all'azione, più pragmatica e materiale, del “consumo”, sia esso materiale che comportamentale.
La rinuncia – culturale, sociale, progettuale – a definire una forma del presente e a rifugiarsi nella proposizione di mondi e stili di vita ideali e idealizzati è alla base degli “iperluoghi”. Ultima frontiera di luoghi dove incontrarsi, dove conoscersi, dove fare acquisti, dove informarsi e vivere emozioni. Non si tratta però di luoghi reali ma di dimensioni virtuali, in cui è però davvero possibile svolgere tali operazioni. Cyberspazi frequentati dagli utenti di internet che a volte sono informali – una chat, un social network – altre volte sono progettati anche nella loro espressione formale, come Simcity e i giochi di ruolo online. La realtà dei “superluoghi” in fondo assomiglia sempre più a quella immateriale degli “iperluoghi” in quanto si preferisce andare in un luogo, palesemente “artificiale”, lontano dagli spazi urbani, purché abbia delle prestazioni precise: che sia velocemente raggiungibile e che abbia ampi parcheggi, che sia efficiente e che quindi possa soddisfare ad ogni ora ogni esigenza, che sia tranquillizzante nella sua offerta e che muti con le mode. Esattamente come scegliere, con pochi “click”, un sito web.
Esiste quindi oggi una coincidenza precisa tra luoghi virtuali e reali. Luoghi atopici caratterizzati dalla solitudine annunciata da Augé, dallo spaesamento, dallo sradicamento dal contesto. Luoghi che rappresentano e producono ulteriori livelli di relazioni guidate, controllate, filtrate e che, in definitiva, assolvono moralmente dall‘isolamento in cui si rischia di permanere producendo, come placebo, istinti relazionali preconfezionati.

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