The 100 days project

progettista: Estudio Extramuros

Day 47, Museum of Modern Literature by Chipperfield

Il progetto di Estudio Extramuros nasce dall’iniziativa the 100 Days project lanciata dalla rivista The Great Discontent, concorso che invitava i partecipanti a scegliere un’attività da ripetere per 100 giorni e rappresentarla a piacimento. I due giovani architetti spagnoli hanno pensato di illustrare ogni giorno un’architettura diversa, significativa per la loro formazione professionale.
I 100 giorni sono stati scanditi da regole ben precise stabilite dagli architetti: utilizzo di una tela bianca quadrata, 60 minuti percreare ogni illustrazione e nessuna ripetizione ammessa, mentre soggetti e dettagli da rappresentare potevano essere decisi in completa libertà. Le illustrazioni create sono volutamente non realistiche, in modo da avere maggiore libertà di reinvenzione, decontestualizzazione, reinterpretazione delle architetture scelte.

Day 35, Skovshoved Gas Station by Arne Jacobsen - illustration by Estudio Extramuros

Day 35, Skovshoved Gas Station by Arne Jacobsen - illustration by Estudio Extramuros

“A volte avevamo così tanta familiarità con il progetto scelto, che sentivamo ci appartenesse e avremmo potuto farne qualsiasi cosa. E questa era la parte più divertente: mescolare riferimenti, attingere dalle diverse discipline, lasciarsi influenzare dallo stato d’animo del momento, oltre che da inconvenienti e imprevisti. Non tutte le illustrazioni sono riuscite come avremmo voluto, ma consapevoli di poter fare sempre meglio il giorno successivo. In 100 giorni abbiamo illustrato molto, ma abbiamo lavorato duramente per farlo. Ci siamo dovuti ricordare nomi di architetture dimenticate, scoprirne di nuove e rivalutarne altre, sotto una ferrea autodisciplina. Abbiamo cercato di mostrare l’architettura in un modo più leggero, accessibile e parlare delle opere che ci hanno formato come architetti: grandi e piccoli nomi, autori internazionali e locali, oltre che nostri professori sono entrati a far parte del progetto. Ci sentiamo in qualche modo collegati a questi edifici e a ciò che rappresentano per noi.”

 

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