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Dopo aver visto la Rassegna di Architettura della Biennale di Venezia diretta da Rem Koolhaas resto ancora convinto che i fondamenti della disciplina poggino su solide basi oggettivamente immodificabili perché connesse con le esigenze della vita dell'uomo e la sua necessità di abitare e vivere lo spazio secondo regole consolidatesi nei millenni: lo spazio, il modo con cui questo è definito, cioè la sua struttura morfologica, il sistema con cui è organizzato, e quindi il suo impianto tipologico, la maniera con cui è possibile utilizzarlo e pertanto i suoi caratteri distributivi. Tuttavia se si supera la giusta provocazione della titolazione – necessaria per gli effetti di promozione dell‘idea ma forse non così rigorosa sul piano disciplinare – l‘ipotesi di Koolhaas risulterebbe più completa e interessante se oltre a porre l‘accento sulla lettura storico-critica dei singoli elementi costruttivi, riportasse al centro dell‘attenzione il significato profondo del lavoro dell‘architetto e del termine composizione architettonica, dal latino com-ponere cioè, letteralmente, comporre, mettere assieme, aggregare parti ed elementi diversi amalgamandoli in modo armonico, ottenendo appunto una composizione.

Ora l‘importanza di questi singoli elementi se non può assumere il valore esaustivo dell'assieme, e non può considerarsi, come detto, tra i fondamentali della disciplina, non può neanche essere sottovalutata e risultare secondaria o subalterna rispetto al risultato finale che questi stessi elementi concorrono a definire. Il senso della sua ricerca, condotta, o meglio commissionata all'Università di Harvard assieme ad AMO (gruppo di ricerca interna allo studio OMA) pertanto, non soltanto è utile – più al visitatore generico e agli studenti che non all'architetto che dovrebbe ben conoscere quanto esposto – ma anche condivisibile, giacché un‘architettura per quanto ritenuta eccezionale nei suoi fondamenti, lo spazio, la luce, il rapporto con il contesto ecc., può essere distrutta sul piano percettivo dalla sgradevolezza dei suoi componenti – serramenti sbagliati, materiali scadenti – mentre al contrario, un impianto banale o iterato da altre analoghe architetture può essere esaltato dalla cura dei suoi dettagli e componenti, dai vetri, agli impianti di illuminazione o di mobilità interna dell'edificio, dagli ascensori alle scale mobili che ovviamente condizionano il risultato finale.

Insomma come più facilmente comprensibile al grande pubblico attraverso un paragone legato alla sapienza in cucina, l'eccellenza di un piatto dipende anche e soprattutto dalla qualità (genuinità, provenienza, gusto) dei suoi ingredienti da cui lo chef d'autore, come è noto, non può prescindere. Tutto ciò conferma due convinzioni che Area sottopone ai lettori sotto forma di riflessioni e argomenti da dibattere. La prima è che Rem Koolhaas sia l‘espressione più chiara della critica alla modernità rappresentando il senso più alto dei valori di una post modernità matura e scevra da componenti nostalgiche e storicistiche dove la storia, nel senso di luogo di trasmissione della catena evolutiva del pensiero, torna al centro delle attenzioni degli architetti in quanto conoscenza; inoltre che questo sapere si fondi anche sulla consapevolezza e lo studio dei principali elementi tecnici e costruttivi. La seconda attiene all'importanza che oltre dieci anni fa – 2002/2003 – aveva assunto l‘esperienza di un gruppo di architetti italiani raccolti sotto una sigla, forse eccessivamente sinfonica, AIDA – Agenzia Italiana D'Architettura – con l'intento di stabilire un dialogo, attraverso il progetto, tra cultura progettuale e cultura produttiva, nel senso di confrontare il valore delle proprie idee e realizzazioni con le aziende produttrici di componenti ed elementi per l‘architettura nella convinzione, celebrata da questa Biennale con ben altra enfasi, che gli elementi costruttivi siano parte integrante del risultato complessivo dell'architettura.

A quella breve esperienza resto affezionato, nonostante tutti i limiti di una avventura pionieristica, come l'installazione alla Biennale di Venezia del 2003 del padiglione/villaggio, Lonely Living, perché sono convinto che l‘architettura come linguaggio ed espressione artistica e sociale, non possa fare a meno della tecnica, come la letteratura della grammatica. Contemporaneamente fu rifondata anche una rivista, d'Architettura, purtroppo uscita per pochi numeri, dove le aziende sostituivano la propria pubblicità con immagini di laboratorio o costruzione dei componenti ad indicare l‘importanza del proprio ruolo e della propria ricerca in relazione ai risultati cercati dall'architetto. Il senso di quel tentativo era connesso con la convinzione che la contemporaneità ci abbia condotto verso una condizione operativa dove le capacità del cantiere, un tempo luogo di trasmissione del sapere costruttivo, siano definitivamente migrate nei centri studi e ricerche delle aziende produttrici di componenti per cui il cantiere si è lentamente trasformato in uno straordinario luogo di assemblaggio di elementi studiati e sviluppati altrove. Quell‘altrove messo assieme, studiato sistematicamente e storicamente come proposto da Koolhaas, approda allora verso significati nuovi, dove la parte, il singolo componente, assume valore per il tutto, dove il tutto è il progetto e il suo esito costruito che è l‘architettura.

In questa ottica la rassegna di Venezia finisce però per confondere i mezzi con i fini e la proposta di Koolhaas, architettura non architetti, risulta tanto ambigua da paragonare le componenti costitutive dell'architettura, certamente importanti e determinanti nella costruzione del progetto, all'architettura stessa, confondendo in definitiva il costruire con l‘abitare.

D‘altronde appare anche scolastica e complessivamente superficiale l‘altra sezione della rassegna Fundamentals intitolata Monditalia e messa in scena alle Corderie dell‘Arsenale di Venezia poiché pone al centro del dibattito sull‘architettura un paese che oggettivamente oggi assume un ruolo del tutto marginale rispetto alle questioni e le trasformazioni in atto a livello globale.

Ovviamente l'omaggio all'Italia, peraltro documentato e ritratto da una straordinario percorso nella cinematografia italiana dal dopoguerra ad oggi, rappresenta un atto di deferenza nei confronti di un paese che Koolhaas ama profondamente, tuttavia, oltre le passioni personali il caso Italia non può certo costituire, oggi, l'esempio "fondamentale" per capire – questa dovrebbe essere la mission della Rassegna di Architettura della Biennale di Venezia – verso quali orizzonti e impegni muova il dibattito sull'architettura.

Ad ogni modo, oltre il legittimo esercizio della critica, appare necessario riflettere e valutare concretamente lo sguardo contenuto nella proposta avanzata da Koolhaas in particolare con la mostra Elements of Architecture, valutandone i riflessi rispetto alla produzione contemporanea. Ciò è doveroso non solo nei confronti di un autore che rappresenta senza dubbio uno dei più geniali ed eclettici protagonisti del dibattito architettonico degli ultimi trent‘anni, ma anche in relazione al valore che la stessa Biennale di Venezia assume quale principale luogo di elaborazione culturale nell‘ambito delle arti. Tale ricognizione è il senso e l‘oggetto di questo numero di Area.

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