area 127 | identity of the landscape

La Fattoria di Celle è uno dei più interessanti complessi di arte ambientale contemporanea nel mondo, aperto per la prima volta al pubblico il 12 giugno 1982. Il parco e gli edifici accolgono una numerosa collezione di opere: 48 all’esterno e 25 all’interno, quest’ultime dislocate tra la fattoria, la villa e la cascina. Tutte queste opere sono state fortemente volute dal collezionista Giuliano Gori, che ha invitato e accompagnato gli artisti a creare capolavori in perfetta sintonia con la natura: “le opere devono essere progettate per il luogo e create sul posto”.

Laura Andreini: La collezione Gori rappresenta una realtà unica in Italia. Come è avvenuto il passaggio dalla pittura all‘architettura del paesaggio e come è nato l‘interesse per il rapporto tra arte e natura?
Giuliano Gori: La collezione, nata dopo la fine della seconda guerra mondiale, si compone di due precisi momenti, la prima parte da noi definita “storica“ e la seconda che riguarda l‘Arte Ambientale ed è di quest‘ultima a cui ci riferiamo. Nata senza modelli di riferimento è diventata lei stessa un esempio per tante analoghe strutture nate successivamente sia in Italia che all‘estero.
Alla domanda di come e quando ho iniziato normalmente rispondo che sarebbe piuttosto il caso di chiedersi perché abbia continuato! Ho sempre avuto una grande passione per la scultura, perché ritengo che il ruolo dello scultore sia più impegnativo rispetto a quello del pittore. Lo scultore quando inizia un‘opera ha costi e tempi maggiori rispetto ad un‘opera pittorica e, inoltre, la scultura ha il vantaggio di essere qualcosa di tattile, partecipativo, perché permette un contatto sensoriale con lo spettatore. Non condivido chi impedisce di toccare le sculture, ritengo sia un grave errore; Picasso invitava spesso a partecipare le sue sculture in modo tattile. Amo molto la pittura e soprattutto la scultura primitiva, oltre quella contemporanea. L‘importante è riuscire a capire e leggere l‘arte. A volte ci avviciniamo ad un‘opera privi di una chiave di lettura, dando per scontato di non poterne afferrare il vero significato come spesso accade con le opere non figurative.
Un giorno mi trovavo a casa in compagnia di amici e davanti a un paesaggio di Klee uno di loro mi chiese: “Ma mi dici che cosa ci capisci? Come fa ad emozionarti? Non c‘è niente in questo quadro! Più lo guardo e più non lo capisco!”. Allora ho cercato di farlo riflettere stimolandolo con alcune mie domande fino a fargli dichiarare di aver compreso che si trattava di un paesaggio invernale, notturno e per giunta illuminato dalla luna.
Davanti a un‘opera d‘arte è ovvio porsi degli interrogativi nel tentativo di entrare in relazione con essa, per cercare di capirne il vero messaggio. Tanti ammettono di non comprendere l‘arte contemporanea ma di capire bene quella antica. È però probabile che chi non riesce a decifrare l‘arte contemporanea non comprenda neppure l‘arte antica.
L.A.: L‘opera d‘arte intesa come arte ambientale in cui lo spazio non è solo un semplice contenitore ma parte integrante dell‘opera è qualcosa di diverso che suppone che sia lo spazio-ambiente ad essere interpretato dall‘arte. A quando risale la prima opera realizzata secondo questo concetto?
G.G.: L‘idea dell‘arte ambientale è nata nella primavera del 1961 a Barcellona, nel corso di una visita al Museo d‘arte Catalana del XII sec. dove ho visto ricostruiti degli ambienti così come li aveva immaginati l‘artista. È stata una folgorazione!
La mia famiglia all‘epoca possedeva una fattoria con annessa una casa storica, appartenuta
a Guido Cavalcanti. La proprietà, pur avendo ottime produzioni agricole, non aveva però i requisiti per poter realizzare una collezione d‘arte ambientale, e quindi ho dovuto sacrificarla.
Celle aprì al pubblico trenta anni fa, dopo aver constatato che la nostra non era più una collezione da privati e sentendo l‘obbligo di doverla condividere e discutere con una platea più vasta.
L.A.: Come sono stati selezionati e scelti gli artisti? E come il luogo dove realizzare le opere?
G.G.: Gli artisti vengono da noi liberamente scelti in base alla loro creatività. L‘artista sceglie lo spazio più congeniale al suo progetto ma, quando si tratta di un intervento nel parco, deve agire nel rispetto assoluto della natura esistente, senza pertanto modificarne l‘aspetto. Una volta uno dei maggiori critici italiani propose una sua collaborazione pensando di poter scegliere per noi quattro o cinque artisti; forti però del principio che un collezionista non può farsi elezionare gli artisti da terzi, si concluse con un niente di fatto. Tanti ammettono di non comprendere l‘arte contemporanea ma di capire bene quella antica. È però probabile che chi non riesce a decifrare l‘arte contemporanea non comprenda neppure l‘arte antica.
L.A.: L‘opera d‘arte intesa come arte ambientale in cui lo spazio non è solo un semplice contenitore ma parte integrante dell‘opera è qualcosa di diverso che suppone che sia lo spazio-ambiente ad essere interpretato dall‘arte. A quando risale la prima opera realizzata secondo questo concetto?
G.G.: L‘idea dell‘arte ambientale è nata nella primavera del 1961 a Barcellona, nel corso di una visita al Museo d‘arte Catalana del XII sec. dove ho visto ricostruiti degli ambienti così come li aveva immaginati l‘artista. È stata una folgorazione!
La mia famiglia all‘epoca possedeva una fattoria con annessa una casa storica, appartenuta
a Guido Cavalcanti. La proprietà, pur avendo ottime produzioni agricole, non aveva però i requisiti per poter realizzare una collezione d‘arte ambientale, e quindi ho dovuto sacrificarla.
Celle aprì al pubblico trenta anni fa, dopo aver constatato che la nostra non era più una collezione da privati e sentendo l‘obbligo di doverla condividere e discutere con una platea più vasta.
L.A.: Come sono stati selezionati e scelti gli artisti? E come il luogo dove realizzare le opere?
G.G.: Gli artisti vengono da noi liberamente scelti in base alla loro creatività. L‘artista sceglie lo spazio più congeniale al suo progetto ma, quando si tratta di un intervento nel parco, deve agire nel rispetto assoluto della natura esistente, senza pertanto modificarne l‘aspetto. Una volta uno dei maggiori critici italiani propose una sua collaborazione pensando di poter scegliere per noi quattro o cinque artisti; forti però del principio che un collezionista non può farsi elezionare gli artisti da terzi, si concluse con un niente di fatto. Lei arrivò nel 1985, una annata in cui il gelo aveva rovinato tutti gli olivi. Le offrii tutto il parco per realizzare la sua opera eccetto una piccola area destinata ad altro. Dopo una settimana di permanenza minacciò di andarsene adducendo il motivo alla mancata disponibilità di quell‘unico spazio che alla fine ottenne. Riguardo la scelta dei materiali ebbe a sottolineare che qualora avessi pensato al bronzo lei non avrebbe mai accettato, ritenendo ormai superata l‘età di quella materia. Premesso che non le era stato richiesto nessun materiale specifico, quindi neppure il bronzo. Mi ero limitato soltanto alla richiesta di un progetto. E così si dedicò a sperimentare tutti i materiali conosciuti: pietra, vetroresina, cemento, marmo. Poi un giorno di sorpresa mi chiese il contatto di una fonderia per fare dei nuovi esperimenti. Le suggerii Venturi di Bologna una azienda che conoscevo bene. Dopo qualche giorno aveva fatto un prototipo, in alluminio e, successivamente un altro in bronzo, iniziando una nuova esperienza alla quale si era precedentemente opposta. Era la prima volta che lavorava il bronzo, ma da allora ha continuato a produrre sculture poi inviate in tutto il mondo, sempre collaborando con la fonderia Venturi, sperimentando nuove tecniche che in tre generazioni l‘azienda non era mai riuscita
a mettere a punto. Questo è solo un aneddoto ma ogni opera che è presente nel parco ha una sua storia personale, che è difficile percepire o immaginare.
L.A.: Il progetto di Celle ha visto la partecipazione di tante figure quali vivaisti, fabbri, falegnami, vetrai che oltre a realizzare le opere sotto le direttive degli artisti hanno dovuto mantenere vitale e curato il parco e la natura.
G.G.: Un‘opera strettamente concepita con la collaborazione del vivaio Mati di Pistoia è ad esempio quella di Sonfist “I cerchi del tempo“, realizzata quasi interamente con piante. L‘artista aveva effettuato una ricerca delle primarie piante, nate in Toscana partendo dal periodo della evoluzione geologica, realizzando un lavoro di grande impatto visivo e scientifico racchiuso da un grande cerchio di alloro, essenza usata dai greci e importata dai romani che notoriamente usavano il mirto. L.A.: Quindi si può dire che Celle rappresenta una specie di laboratorio dove artisti e maestranze collaborano vicendevolmente?
G.G.: Anche io amo descriverla così. Una specie di laboratorio interdisciplinare.
L.A.: Il nostro interessa verte soprattutto sul difficile rapporto tra natura e architettura che spesso non riesce a esprimersi al meglio almeno dal punto di vista progettuale.
G.G.: L‘arte ambientale collezionata a Celle è certamente l‘espressione artistica più vicina all‘architettura, tant‘è che all‘inizio eravamo incerti sul battezzare l‘iniziativa: ‘Archiscultura‘, al posto di ‘Arte Ambiaentale‘. Celle è continua meta di architetti italiani e stranieri, e nell‘anno 1996 il parco di Celle ha ricevuto l‘ambito premio dalla AIAPP (Associazione italiana di architettura del paesaggio) come il Parco privato più importante in Italia. Il lavoro “Spazio Teatro Celle“ di Beverly Pepper è dichiarato come ‘Omaggio a Pietro Porcinai‘.
L.A.: Anche Alessandro Mendini ha effettuato un lavoro nel 2012, “Albero meccanico“.
G.G.: Questa storia ha il sapore di una favola svoltasi in modo assai curioso. Andai a conoscere Alessandro Mendini dietro suggerimento dei miei figli che desideravano che ci incontrassimo. L‘evento avvenne nell‘autunno del 2011 e si rivelò subito come una felicissima esperienza, la carica creativa che emanava il grande studio dei fratelli architetti Alessandro e Francesco Mendini mi è calata addosso, alimentando il desiderio di tornarci al più presto. Infatti, a breve distanza, tornai nuovamente in quel luogo magico e rimasi colpito da un album disegnato nel quale Alessando aveva illustrato punto per punto gli argomenti che ci eravamo scambiati sull‘arte e sul design durante la mia precedente visita.
Nell‘occasione Mendini mi disse di essere a conoscenza dell‘esistenza di un giardino a Celle nel quale tutti i miei amici dell‘arte avevano scelto una pianta di loro gradimento creando così una specie di sacrario vegetale. Mi chiese se anche lui avrebbe potuto trovarvi posto scegliendo una pianta, purtroppo però il giardino è riservato agli amici che avevano compiuto settanta anni nel 2000, ma essendo lui nato nel 1931 non era consentita alcuna deroga. Un giorno quando tornai nel suo laboratorio mi mostrò un progetto di un albero di acciaio, dicendomi che non avrei avuto problemi a installarlo nel giardino in mezzo a tutti gli altri, con sotto la seguente scritta: “Scusami Giuliano se non sono nato nel ‘30!
L.A.: Quante sculture sono presenti attualmente nel parco?
G.G.: Le opere d‘arte ambientale sono quarantotto nel parco e trenta negli edifici storici. I tempi di realizzazione di un‘opera ambientale variano da un minimo di tre/quattro mesi fino a un massimo di due anni, la Abakanowicz 9 mesi precisi, come la nascita di un bambino!

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