area 127 | identity of the landscape

architect: Loris Macci with Andrea Giunti

location: Faltona, Italy

year: 2012

Verità semplice.
Da qualche decennio ormai, si assiste nel progetto contemporaneo, alla virtuosistica ibridazione del tradizionale legame tra la forma costruita e il suo intorno, andando a modificare quel consueto rapporto tra la figura e lo sfondo che ha caratterizzato secoli di progettualità. Molte volte si fa questo in nome della conservazione del patrimonio paesaggistico, credendo che così facendo, anche se si modifica profondamente la fisicità del luogo, se ne possa preservare l’immagine. Altre volte lo si fa perché stando sulla scia di quella presunta liberalizzazione data dell’estetica digitale, si pratica una progettualità molto più vicina alle logiche della formatività plastica che non a quelle della discretizzazione; altre volte ancora – e sono i casi più rari ma i più felici – solo per estrema coerenza.
Questa coerenza, vera morale di riferimento di un progetto che non ha perso i canonici parametri della composizione, in alcuni casi viene amplificata dalla maturità dell’approccio, capace di farci osservare – una volta compresa l’architettura – l’inevitabilità del percorso, la “semplicità” della risposta, l’appropriatezza delle componenti, facendoci dire, colti da un sentimento tra il compiacimento e la sorpresa, che non poteva altro che essere così.
A questa categoria appartiene l’impianto di compostaggio che Loris Macci insieme ad Andrea Giunti e allo Studio Abaco, costruisce nelle colline mugellane. Un intervento la cui coerenza appunto, appare non solo per quella rara capacità della forma di dire solo cose necessarie, ma anche per come le dice, ovvero attraverso il silenzioso ma sapiente risultato basato su principi che lavorano nel rispetto dei caratteri del luogo. Le masse nitide dell’intervento comunicano un senso di continuità con la struttura ambientale dell’intorno, dando la percezione di trovarsi di fronte ad un insieme che non può essere più definito con la sola categoria dell’edificio, quanto con un’inedita capacità dell’architettura di farsi paesaggio e del paesaggio di farsi architettura. I gesti compositivi di questa reciprocità si basano sullo scavo, sul riporto, l’affioramento e la corrugazione, grazie ai quali la forma risulta dall’avvicendarsi di bastionature a verde, annunciate da muri di sostegno che rimandano ad uno spazio che accoglie una linea di trattamento dei rifiuti completamente sviluppata “in interno”, ottenendo così verso l’esterno, l’annullamento di ogni impatto. Gli aspetti distributivi sono risolti con pochi gesti basati sul percorso dei materiali organici all’interno delle fasi del trattamento. La raccolta avviene in un piazzale di arrivo e in un primo padiglione adiacente, dal quale passando attraverso una strada-galleria che vertebra i vari episodi dell’insieme, arriva alle biocelle destinate alla prima maturazione dei materiali organici. Successivamente, il materiale viene vagliato e introdotto in un altro padiglione suddiviso in settori, nei quali compie la maturazione definitiva.
Efficace da un punto di vista linguistico e funzionale, appare il trattamento dei fronti ottenuto con “pietra a sacco”, che tamponando una retrostante ossatura in cemento armato, garantisce la circolazione dell’aria nelle sole aree destinate agli impianti.
Fondamentale il ruolo delle coperture. Quella del padiglione di accesso e quella del padiglione per la maturazione definitiva, sono state previste con un “tetto rovescio” finito con uno strato di ghiaione drenante, mentre la copertura delle biocelle ospita vasche d’acqua che raffreddano i sottostanti sistemi tecnici.
Tutte le connessioni con l’intorno, sono realizzate con movimenti di terra di riporto a formare terrazzamenti e piani inclinati verdi che consentono il quasi totale assorbimento delle volumetrie nel contesto circostante.
Macci scrive dunque una nuova pagina di paesaggio e il tutto, anche se profondamente modificato dall’intervento, appare come se così fosse sempre stato. Niente è in più del necessario: l’articolazione del disegno è secca, la giustapposizione dei corpi è chiara, i fronti sono silenti, mentre su tutto aleggia la capacità della riduzione, ulteriormente accentuata dalla natura produttiva del tema.
La generale coerenza progettuale espressa in questa realizzazione, non carica l’architettura di valori ulteriori. Essa vive per quello che è, e solo grazie a quello che è risponde ad un requisito che è precedente alla sua funzione: ovvero alla sua verità, che altro non è che l’unica accezione di bellezza che la contemporaneità può ammettere.
Dunque una lezione efficacissima quella che la semplice complessità di questo intervento ci consegna, dotato proprio perché “semplice”, di quella forza remota quanto potente, che solo la vera architettura possiede.

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