area 128 | informal community

architect: Emilio and Matteo Caravatti

location: Fansirà Corò, Repubblica del Mali, Africa

year: 2011

La realizzazione della scuola comunitaria nel villaggio di Fansirà Corò si inserisce in un programma per infrastrutture pubbliche promosso da AFRICABOUGOU, associazione onlus italiana, a sostegno di opere di scolarizzazione nel comune rurale di Yelekebougou. Nella regione nord occidentale della Repubblica del Mali, una tra le nazioni più povere al mondo a stento sostenuta da un’economia di sussistenza, legata ai pochi prodotti della terra, molta della popolazione non ha possibilità di accesso alle minime infrastrutture (acqua, sanità, scuola). In un territorio di piena savana, il villaggio di Fansirà Corò, uno dei 17 villaggi che compongono il comune rurale, accoglie circa 450 abitanti di etnia bambarà, in prevalenza dedita alla coltivazione dei campi.
In questo contesto la realizzazione è opportunità per sperimentare in tutte le sue fasi un processo di collaborazione partecipativa con gli abitanti, futuri utilizzatori della struttura. Tempi, materiali e lavorazioni sono concordate in riunioni ed assemblee; il programma delle opere é studiato compatibilmente ai materiali reperibili sul mercato locale e soprattutto sulla base della disponibilità di manodopera, legata alle stagioni di lavoro nei campi.
La nuova scuola, resasi necessaria a causa delle impossibili condizioni di un esistente edificio realizzato una decina di anni prima, sorge all’interno di un piccolo bosco di neem, piantato alla metà degli anni Novanta. Lo schema planimetrico è semplice. Intorno ad uno spazio centrale i tre volumi delle aule si inseriscono nella qualità del verde stabilendo nuovi spazi aperti ad uso delle classi, dove piccole panche e tappeti di pavimentazione in pietra sottolineano i luoghi dello stare. L’intero sistema si raccorda con l’esistente scuola – da riadattare in futuro ad abitazione per maestri e depositi – rispettandone i limiti che racchiudono le proiezioni dei tre nuovi volumi.
La tonda pavimentazione centrale suggerisce gerarchie e allineamenti dell’intero progetto.
In questo spazio le tre aule si guardano di scorcio attraverso oblò di terracotta. Misuratamente sfalsate, in una regola di rinvii asimmetrici, il sistema si conferma e si invalida in uno dei tre volumi che si arricchisce verso il villaggio di un modulo per accogliere la direzione scolastica. Come nella tradizione locale la terra è il materiale principale di costruzione. La cura nel limitare l’impiego di tecnologie importate, estranee alla naturale predisposizione all’auto-costruzione propria della popolazione rurale, e soprattutto portatrici di dipendenze economiche e commerciali, ha spinto alla ricerca e all’applicazione della volta nubiana, un’alternativa tecnica basata sull’uso di coperture in terra cruda costruite senza l’uso di lamiera, legno o casseforme e che permette la realizzazione di ambienti con condizioni termiche particolarmente favorevoli. La costruzione di aule scolastiche, per le quali si necessitano dimensioni standard fornite dal Ministero dell’educazione, ha spinto a definire, in un processo di attualizzazione ed adattamento tipologico e strutturale, un sistema sperimentale ibrido che impiega, accanto a delle volte a corsi inclinati, una trave di cemento a T rovesciata che serve per realizzare luci libere di notevole dimensione; due travi e tre volte formano il modulo di una aula che, dopo solo dieci giorni di lavoro per impostare i getti delle travi, offre la possibilità di costruire, con strumenti e manodopera presenti in villaggio, un edificio completamente di terra.
Manodopera esperta proveniente dai villaggi vicini, nei quali si sono già realizzati edifici con questa tecnica, ha supportato il lavoro di cantiere della comunità locale che ha garantito la fabbricazione dei 30.000 mattoni in terra cruda per i muri portanti e dei 15.000 mattoni di più piccolo formato per le costruzione delle volte di copertura. Le donne si sono incaricate di non far mancare l’acqua per la realizzazione dei mattoni e della malta in terra. L’intero villaggio, bambini compresi, ha partecipato con quotidiano appoggio alla costruzione garantendo l’assistenza e la presenza di giovani apprendisti che hanno cominciato ad imparare i primi rudimenti della tecnica costruttiva divenendo a loro volta muratori in una sola stagione di cantiere. Da coltivatori quali erano, i giovani apprendisti saranno poi impegnati in altre costruzioni anche al di fuori della propria regione. La struttura dell’edificio, con fondazioni muri e coperture, è stata realizzata durante la stagione secca in tre mesi di cantiere, mentre le opere di finitura (intonaci pavimentazioni ed arredi) sono state terminate all’inizio della stagione successiva. Per la realizzazione della scuola si sono spesi cinque mesi di lavori per un costo complessivo di circa 26.000 euro. Ad opera realizzata, un comitato di gestione, al quale prendono parte uomini e donne del villaggio, assicurerà la manutenzione e la gestione dell’edificio. Risultato di questo scambio continuo tra progetto e processo sono gli appunti a matita su un pacchetto di sigarette delle sagome delle nuove aule, i nuovi cantieri in autocostruzione per le proprie abitazioni in volta nubiana, il numero crescente di persone interessate all’apprendimento della tecnica. Tutto questo indica che l’intervento non può terminare con l’inaugurazione della scuola, quando gli allievi entrano in classe, ma perdura e si trasforma in risultati ancor più significativi estendendosi oltre l’edificio stesso, sostenendone l’integrazione nella comunità con progetti di sensibilizzazione come di recente accaduto per i primi laboratori di architettura per bambini inaugurati propria nella scuola di Fansirà Corò all’inizio del nuovo anno scolastico.

Un progetto di architettura che cerca risposte alle evidenti necessità: la terra e le mani sono le risorse principali, alimentati dalla partecipazione della popolazione, affinché ciò che si realizza venga percepito e vissuto come bene appartenente alla propria collettività, e quindi da preservare e sostenere con il massimo dell’autonomia e responsabilità. In un ambito così caratterizzato, ogni scelta progettuale, costruttiva, strategica o compositiva vive di un confronto diretto con i bisogni evidenti dei luoghi, delle persone, del clima, delle possibilità tecniche e pratiche, necessario per ricercare un nesso logico tra metodo (in architettura) e impegno sociale. Una esperienza di progetto, di lavoro, riflessione personale sul ruolo dell’architettura, sul come e perché intervenire anche in luoghi come questi.

Laboratori di architettura per bambini

Il laboratorio è stato realizzato come strumento conclusivo del progetto di costruzione della scuola di Fansirà Corò partendo dal presupposto che durante il processo di appropriazione del manufatto architettonico da parte della comunità, i bambini svolgono un ruolo determinante.
La prospettiva di progetto si allunga per giungere ad irrinunciabili occasioni connesse alla realizzazione dell’edificio. Intento primario diventa fornire anche ai protagonisti più piccoli degli strumenti per leggere il cambiamento che si sta realizzando. L’architettura può essere a tutti gli effetti un mezzo appropriato per perseguire questo obiettivo perchè, la sua manifestazione nel mondo reale aiuta i bambini a specificare le differenti fasi del processo – ieri la vecchia scuola, oggi il nuovo edificio, domani un progetto condiviso – e allo stesso tempo, grazie alle sue qualità, riesce a stimolarli, trasmettendo la curiosità di scoprire gli ambienti che abitano insegnando loro ad attribuire valore allo spazio che vivono. Il processo architettonico viene nobilitato a dispositivo pedagogico con la speranza che, a partire dall’analisi di un luogo a loro familiare, possano, a lungo termine, immagazzinare questo modo di penetrare la quotidianità per estenderlo a qualsiasi scenario. Il percorso è stato sviluppato, con l’impiego di metodologie partecipate, attività singole e di gruppo, che partendo dalla scoperta e dall’approfondimento di temi specifici, hanno portato i bambini alla realizzazione di un progetto nello spazio aperto utilizzando degli pneumatici riciclati presso l’unica stazione di servizio presente ai bordi dell’asfalto a qualche chilometro di distanza dal villaggio.

 

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