area 127+ | colour in design

Marco Casamonti: Oikos è sinonimo di colore e materia per l’architettura, temi ai quali è dedicato questo numero speciale di Area 127+. In che modo questi due elementi convivono e si rapportano tra di loro per trovare equilibrio e armonia? Esistono delle particolari incompatibilità piuttosto che delle affinità tra determinati colori e materie?

Claudio Balestri: Colore e materia sono alla base della costruzione dello spazio, ne definiscono la qualità, la funzione, il senso. Il colore tipicamente contribuisce alla definizione della nostra percezione qualitativa dello spazio e dei luoghi in cui abitiamo: in altre parole è alla base dei processi di selezione e di riconoscibilità degli spazi.
Nel caso di Oikos è stato intrapreso un complesso percorso di studio e sperimentazione che ci ha permesso di mettere in relazione diretta colore e materia. La matericità del colore e il cromatismo della materia sono diventati paradigmi di un modo nuovo di pensare agli spazi e alla decorazione di interni. Colore e materia insieme interagiscono, evolvono, maturano e diventano la cifra attraverso la quale gli ambienti delineano la propria esistenza.
M.C.: Forse erroneamente, il colore viene spesso considerato quale elemento di “finitura”, di rivestimento superficiale, ovvero una scelta da compiere quale ultimo “tocco” alla realizzazione di uno spazio. Quale è invece, secondo la sua esperienza e il suo punto di vista, il ruolo che il colore svolge o dovrebbe svolgere all’interno dell’iter progettuale, che sia di un’architettura, di un interno o di un oggetto?
C.B.: È un atteggiamento concettualmente errato quello che spinge a definire il colore solo in fase finale di progetto. Il progetto deve avere già in sé il colore. Il progettista, il visionario, l’artista dei luoghi, pensa agli spazi e alla loro definizione cromatica nello stesso istante. Nel progetto architettonico il colore ha assunto importanza sempre maggiore, sia nella definizione della struttura e degli spazi architettonici, sia nel facilitare l’orientamento e nella comunicazione degli elementi interni e di facciata.
Per definire cosa significhi “progettare il colore” è necessario tenere presenti i numerosi aspetti che influenzano questa operazione, legati ad ambiti non solamente architettonici; i settori disciplinari complementari sono, infatti: la storia, la psicologia, la sociologia, l’estetica e l’antropologia. Il colore influenza la percezione dell’ambiente che ci circonda, il comportamento delle persone che interagiscono con esso, e il nostro stesso comportamento. Il colore aiuta ad individuare gli oggetti e ad interpretare l’ambiente, consente di capire dove ci si trova, guida nell’orientamento sia spaziale che temporale, indica i percorsi e i pericoli e permette di valutare il trascorrere del tempo: giorno/notte, stagioni, ecc. Dai colori l’individuo riceve stimoli sensoriali che trascendono la vista per andare invece a interagire con gli altri sensi: il tatto, l’olfatto, il gusto, l’udito, e con la percezione delle distanze e delle forme.
Il progetto del colore deve seguire dei principi di armonia ed efficienza per rendere l’ambiente che ci ospita confortevole e fonte di benessere psicofisico. L’utilizzo errato o inconsapevole del colore, infatti, crea sensazioni spiacevoli e di disorientamento.
Il colore è luce: è importante considerare che la luce ed il colore possono essere usati in modo complementare per accentuare l’effetto, o utilizzati in contrapposizione per trovare equilibrio o per annullarsi a vicenda.
M.C.: Nella sua realtà aziendale, molto impegno e molte risorse vengono dedicate alla ricerca, all’innovazione e alla reinterpretazione del significato del colore inteso come elemento legato in modo imprescindibile alla materia e alla sua fisicità. Il frutto di questi sforzi è racchiuso all’interno di una serie di monografie intitolata “il senso della materia”. Da cosa è nata l’esigenza di sviluppare questa ricerca sulle nuove superfici per l’architettura?
C.B.: Quante volte in questi anni ci siamo chiesti qual è il senso ultimo del nostro lavoro.
Noi, produttori di vernici, di colori che diventano materia, che ridefiniscono lo spazio, che trasformano l’esistente. Poi, anno dopo anno, ci siamo trovati sempre più spesso coinvolti in iniziative che dal colore, dal nostro colore diventato materia, portavano all’arte, all’architettura, al sogno, alla riscrittura dell’ambiente vitale per l’uomo. Ci siamo detti che volevamo migliorare la vita delle persone con il colore. Ma ancora non bastava. E allora abbiamo capito che questo nostro cammino di ricerca ha un punto di approdo che è ogni volta una nuova partenza. L’idea di colore, di superficie da dipingere non bastava più, volevamo interagire non solo con la superficie degli edifici e degli oggetti, ma con la struttura, con l’idea stessa delle cose. Essere parte del progetto architettonico fin dalla sua nascita. Ci siamo resi conto che la soluzione non era lontana da noi, si trattava solo di tornare ai fondamenti della tradizione decorativa italiana, di studiarne le motivazioni di fondo e rielaborarle in chiave contemporanea. Così sono nate, accanto a vernici e colori, le texture. Il nuovo senso della materia.
M.C.: In questo lavoro di ricerca, vi siete avvalsi della collaborazione di figure esterne all’azienda? Progettisti, artisti, sociologi?
C.B.: Fondamentale è stato il riferimento della grande tradizione e cultura decorativa italiana:
gli esempi storici ci hanno indicato la strada.
Il nostro lavoro è frutto della dedizione e passione del nostro gruppo di decoratori, chimici, informatici e art director in atteggiamento di costante ricerca e scoperta per costruire ogni giorno il nostro percorso.Il confronto diretto con gli architetti, i designer e gli storici ci ha permesso di migliorare e affinare anno dopo anno prodotti e tecnologia. I progettisti sanno di trovare in noi interlocutori sempre disponibili a mettersi in discussione per cercare insieme soluzioni originali, infatti oggi produciamo e creiamo continuamente nuove decorazioni anche sulla scorta delle loro esigenze.
M.C.: È corretto parlare di “nuova matericità del colore”?
C.B.: Per Oikos colore e materia non sono due cose distinguibili, ma espressioni di una stessa idea di decorazione, di un modo di lavorare che unisce in un dialogo virtuoso la luce, le superfici, i giochi cromatici, l’espressività della materia viva, e che rinasce ogni volta nel lavoro coordinato tra Oikos e la creatività dei progettisti. Il colore è solo uno degli elementi in gioco, insieme alle texture, alla sapienza artigianale dei mastri decoratori.
La grana, la trama, i giochi di contrasto, le profondità, la densità delle superfici sono gli strumenti con cui il progettista può dare senso e sostanza alla propria idea. Liberarsi dall’idea delle tecniche di lavorazione e dalla logica della “colorazione” e iniziare a pensare agli effetti che si intendono ottenere nell’ideazione di un’opera, apre scenari progettuali tutti da scoprire. Le nuove discipline dell’architettura nate per studiare ed enfatizzare questo rapporto con la luce si stanno concentrando proprio sul controllo delle fonti luminose in modo da riuscire a creare suggestioni che si modificano nel corso della giornata. La materia non ha più una sola identità ma si ridefinisce nel suo rapporto con la luce. Siamo all’inizio di una nuova stagione per l’architettura.
M.C.: Vibrazioni, Stratificazioni, Trasparenze, Riflessi, Corrosioni, Trame, Assorbimenti, sono i temi con i quali sono declinate le collezioni dei vostri prodotti. Quali sono state le sollecitazioni che vi hanno portato a sviluppare questi ambiti di ricerca? Le esigenze dei progettisti, l’evoluzione o la volontà di rispondere alle richieste del mercato internazionale?
C.B.: La filosofia aziendale Oikos coniuga il portato della grande tradizione e cultura decorativa italiana con una forte vocazione alla ricerca e all’innovazione. Il risultato è la continua creazione di prodotti che interpretano i pensieri, le aspirazioni, le scelte creative dei progettisti. La forza Oikos è anche nella capacità di adattare un intero schema di produzione industriale agli stimoli e alle necessità dei progettisti fino a creare prodotti pensati esclusivamente per loro.
M.C.: Al di là dei prodotti raccolti nei vostri cataloghi, Oikos risponde anche a richieste particolari di architetti o interior designer? Potrebbe citare alcuni episodi?
C.B.: Pensiamo ogni prodotto in modo diverso perché nessun progetto è uguale ad un altro, nessuna struttura, nessun luogo. La sfida dunque è quella di creare materia complessa in grado di interpretare l’unicità del progetto. Creare colori capaci di trasmettere la più vasta gamma di emozioni. Lavoriamo sulla capacità di essere diversi senza per questo forzare, siamo pronti a interagire con il progettista, la sua visione, le sue esigenze. Arriviamo al punto di produrre nuove decorazioni e texture su misura, appunto, lavorando con i più grandi progettisti.
Ma la nostra attenzione non si limita alla fase della scelta di materia e colore. Dopo decenni di esperienza sappiamo bene che quello è solo l’inizio del lavoro. Per questo una squadra di nostri tecnici è sempre pronta ad assistere il progettista in tutte le diverse fasi di realizzazione del progetto: dalle primissime tappe, quando vengono studiate le diverse texture, fino al momento dell’applicazione in cantiere, per far fronte a tutte le criticità.
M.C.: Come è cambiato negli anni l’utilizzo del colore in architettura, sia negli interni che negli esterni?
C.B.: L’evoluzione non è di tipo temporale, è piuttosto legata alla ricerca di senso. I grandi della progettazione non hanno mai scisso queste dimensioni, hanno sempre camminato sul percorso virtuoso del progetto come un “unicum”. Certo, poi al quotidiano, si possono incontrare atteggiamenti assai meno virtuosi.
M.C.: Esiste, in termini sociologici e culturali, una sorta di “mappatura” geografica dei colori per l’architettura?
C.B.: L’utilizzo di un colore è generalmente legato al contesto geografico, storico e culturale del luogo in cui viene utilizzato e da questo assume significato, in uno scambio reciproco di interdipendenza.
Nella storia architettonica di un luogo il colore legato alla tradizione viene scelto e mantenuto per esperienza, legato a fattori sia culturali che pratici (la reperibilità dei materiali sul posto, interazione con i raggi solari…). Ne sono una prova i tetti rossi di Roma, comuni fin dall’epoca imperiale, realizzati con argilla cotta. Altro esempio sono le case ed i monumenti delle aree mediterranee, caratterizzate dal giallo chiaro dei mattoni in tufo o dal bianco della calce. I colori chiari consentono di ridurre l’assorbimento della radiazione solare, e quindi di calore, mantenendo così fresco l’ambiente interno. Insomma, nel colore è scritta la traccia profonda della storia di un popolo, della sua identità, del rapporto con il suo territorio.

Dal 1984 Oikos produce colore e materia per l’architettura sostenibile. La sua è la storia di un’azienda che si è impegnata fin dall’inizio nella ricerca per creare prodotti di grande impatto estetico nell’assoluto rispetto per l’ambiente, grazie a un ciclo produttivo senza dispersione energetica, impostato sul riuso di materiali residui delle lavorazioni proprie e altrui, sull’impiego di materie prime selezionate secondo i criteri della massima sostenibilità.
Le materie Oikos nascono in ambito industriale ma diventano “artigianali” nell’applicazione dei decoratori.
Così i vecchi cataloghi oggi sono volumi artistici che classificano il dialogo tra luce e materia: le Monografie. Un impegno che è valso il Premio “Economia verde di Legambiente” nel 2011 e l’inserimento nel ADI Design Index nel 2012.

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